La Nuova Sardegna

Chi non vuole più vivere sta soffrendo: rispettiamolo

di Sara Siddi *
Chi non vuole più vivere sta soffrendo: rispettiamolo

Dall’antichità sino al XX secolo, l’evento della morte veniva vissuto nella sfera privata all’interno di un contesto familiare, ma rappresentava anche un evento sociale; la forma esteriore, la...

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Dall’antichità sino al XX secolo, l’evento della morte veniva vissuto nella sfera privata all’interno di un contesto familiare, ma rappresentava anche un evento sociale; la forma esteriore, la spiegazione spirituale, ma soprattutto la prospettiva religiosa, offrivano sostegno e consolazione al morente e a coloro che rimanevano in vita. Dare un significato all’evento non escludeva tuttavia la paura e la sofferenza: infatti pur non rifiutando la morte si può aver paura di morire, pur trovando in essa un significato, si può provare profondo dolore per la scomparsa di un familiare o di un amico. Il ventaglio di reazioni al cospetto della morte è stato, ed è tutt’oggi, molto ampio. Questa concezione della morte è presente e discussa fin dai tempi dei filosofi greci, come Epicuro, e sussiste ancora oggi; il rapporto che peró ognuno di noi ha con la morte è il rapporto tra un cervello evoluto e qualcosa che non può ricevere nessun trattamento razionale, perché ovviamente sono inutili tutte le complesse strategie cognitive che il cervello può mettere in atto per metabolizzarla. Epicuro affermava infatti che quando c’è la morte, noi non ci siamo più, per questo motivo non dobbiamo occuparcene, ma c’è un’obiezione a questo, c’è la morte degli altri: ogni individuo associa la morte di qualcuno a lui caro ad una perdita, quindi il problema non è la morte in sé, ma ciò che perdiamo quando una persona muore. In sostanza possiamo affermare che, pur non curandoci della nostra morte, essa ci riguarda quando muore qualcun altro. Un altro modo in cui la morte, anche la propria, riguarda l’uomo, è che la si teme come evento doloroso, come sofferenza. Per l’uomo qual è, quindi, la “buona” morte di oggi? La morte istantanea e indolore. Secondo vari studi alla domanda «come vorresti morire?» oggi quasi tutti, giovani e vecchi, rispondono che vorrebbero morire nel sonno e senza dolore, oppure rispondono spontaneamente che non hanno paura della morte, ma di un possibile male fisico.

A questa richiesta risponde l’approccio tecnologico della medicina attraverso la pratica discussa dell’eutanasia, il tentativo di sormontare la crisi che interviene quando la vita incontra il suo limite, quando il cervello continua a essere vivo ma, spesso a causa di un trauma, sospende le proprie funzioni. Secondo me l’eutanasia non è tanto un desiderio di morte autentico, ma è la via razionale per sottrarsi alla sofferenza. La morte è un limite insormontabile, così come la sofferenza… e chiedere l’eutanasia significa porre fine a entrambi. Molte persone giudicano chi sceglie l’eutanasia, affermando che è un peccato nei confronti della vita, ma effettivamente scegliere volontariamente di mettere fine alla propria vita non dev’essere una decisione semplice da prendere e per questo giudicare non spetta a noi. L’esistenza dovrebbe essere proprietà di ognuno di noi e decidere di porgli fine senza ricorrere a metodi drastici, quando si è malati senza speranza di guarigione, dovrebbe essere un diritto riconosciuto. L’eutanasia tra accorciamento della vita e assistenza alla morte, tocca profondamente l’immagine che l’uomo ha di sé e del mondo, il concetto di malattia e morte, di libertà e dipendenza, di natura, società e cultura e soprattutto, a seguito del progresso tecnico-scientifico, dei mutamenti demografici, dell’aumento di anziani e disabili e dell’esplosione dei costi della sanità, costituisce una sfida per la medicina e per la società e quindi per l’intera collettività.

*Sara frequenta il Liceo Gramsci di Olbia

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