Il grido delle piazze sarde: «Basta bombe sull’Ucraina»
di Stefano Ambu
Manifestazioni di solidarietà con le vittime dell’invasione ordinata da Putin
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CAGLIARI. Bene (si fa per dire) che vada, vivono nei garage bunker sotto i palazzi. Lì ci sono madri e padri anziani che mandano video “rassicuranti” ai figli che stanno in Sardegna. Immagini di finta serenità per tranquillizzare i parenti. «Siamo protetti dalla polizia», dicono. Ma lo scenario fa paura: tavoloni con qualcosa da mangiare, un pranzo d’emergenza, tutti con cappotti e berretti, probabilmente al freddo. Ma c’è anche chi video non ne può mandare perché le immagini possono essere intercettate: il papá sta a Cagliari, ma il figlio ha smesso di lavorare e sta usando le armi per difendere l’Ucraina. «È lì a combattere – spiega il padre dopo che gli viene garantito che il suo nome (paura di ritorsioni) non sarà rivelato –, l’esercito ucraino da solo non può farcela. E sta chiedendo l’aiuto dei civili distribuendo le armi anche nella capitale. Sì, anche mio figlio ora ha un’arma in mano». Paura. Ma anche orgoglio: «L’ho sentito poco fa – continua –. Certo, poteva rifiutarsi e farsi gli affari suoi. Ma mi ha detto: se non lo difendiamo noi chi lo difende questo Paese?». Una guerra che sta coinvolgendo tutti. La conferma arriva indirettamente anche dal console ucraino in Sardegna Anthony Grande: «Stiamo cercando di riportare in Sardegna dai familiari – ha spiegato – soprattutto donne e bambini. Perché gli uomini - sottolineo volontariamente - stanno scegliendo di rimanere in Ucraina a difendere il proprio Paese». Kiev è l’inferno. C’è un ragazzo di Quartu, Anastasio Farci, che vorrebbe andare a prendere in auto i suoceri anziani che vivono “sotto i palazzi” della capitale. Ma è impossibile. Parla con il console, si informa. E mentalmente disegna una mappa per capire qual è il modo più veloce per raggiungere il confine polacco. «Sì – ragiona preoccupato – ma Kiev è lontana dalla Polonia. E come ci arrivano lì i miei suoceri». Interviene la moglie. E spiega che lì c’è il coprifuoco: chi viola le regole, rischia grosso. Non si può nemmeno tornare a casa per riprendere qualche effetto personale.
Manifestare è anche un modo per organizzarsi, oltre che per protestare. E ieri di mobilitazioni a Cagliari ce ne sono state addirittura due. Oltre 2500 persone, tra i quali molti studenti che non sono entrati a scuola e tanti ucraini che vivono in città, hanno sfilato per le strade principali di Cagliari. In testa al corteo un gruppo di donne che, con in mano mazzi di mimose, vivono in città che hanno urlato la loro rabbia e la loro preoccupazione. «Ho lasciato mia figlia a 150 km da Kiev – spiega Liliya Badenyuk, sposata con un avvocato sardo – fin quando abbiamo potuto, abbiamo mandato medicinali cibo e altri beni di prima necessità con i pulmini che partivano da qui, ma ora non possiamo più perché gli uomini vengono reclutati per combattere. È una situazione assurda, di notte si dorme negli scantinati sotto casa mentre di giorno si esce per andare a comprare il cibo». Nel pomeriggio manifestazione davanti al Consiglio regionale. Toni più disperati e più forti perché quasi tutti sono ucraini.
“Putin assassino”. Lo hanno scritto e gridato le donne ucraine in prima fila contro l’occupazione e i bombardamenti russi. Cercano rassicurazioni, qualcuna mostra un conto corrente per raccogliere fondi. «Stiamo facendo il possibile per andare a prendere con i pullman che partono dalla Sardegna le persone che vogliono raggiungere i familiari nell’isola – queste le prime risposte del console ucraino –. Sarebbe importante che le persone interessate si avvicinassero nella zona di Leopoli, vicino al confine polacco». Una manifestazione tra rabbia e speranza: decine le bandiere gialle blu sventolate da una numerosa delegazione della comunità di seimila ucraini. Una protesta di lacrime e nostalgia con musica e canti popolari ucraini. Quasi tutti raccontano di avere parenti che non vivono più a casa. «Mia figlia ci dice di stare tranquilli – spiega Alexandra di Leopoli– la nostra città non è stata ancora attaccata. Finora sono stai colpiti però degli aeroporti militari alle porte di Leopoli. Basta guerra». Tra i partecipanti anche una delegazione di georgiani residenti a Cagliari con la loro bandiera: «Quello che sta succedendo in Ucraina a noi è già successo, con le stesse modalità e con le stesse scuse. Per questo comprendiamo benissimo il loro dolore».
Manifestare è anche un modo per organizzarsi, oltre che per protestare. E ieri di mobilitazioni a Cagliari ce ne sono state addirittura due. Oltre 2500 persone, tra i quali molti studenti che non sono entrati a scuola e tanti ucraini che vivono in città, hanno sfilato per le strade principali di Cagliari. In testa al corteo un gruppo di donne che, con in mano mazzi di mimose, vivono in città che hanno urlato la loro rabbia e la loro preoccupazione. «Ho lasciato mia figlia a 150 km da Kiev – spiega Liliya Badenyuk, sposata con un avvocato sardo – fin quando abbiamo potuto, abbiamo mandato medicinali cibo e altri beni di prima necessità con i pulmini che partivano da qui, ma ora non possiamo più perché gli uomini vengono reclutati per combattere. È una situazione assurda, di notte si dorme negli scantinati sotto casa mentre di giorno si esce per andare a comprare il cibo». Nel pomeriggio manifestazione davanti al Consiglio regionale. Toni più disperati e più forti perché quasi tutti sono ucraini.
“Putin assassino”. Lo hanno scritto e gridato le donne ucraine in prima fila contro l’occupazione e i bombardamenti russi. Cercano rassicurazioni, qualcuna mostra un conto corrente per raccogliere fondi. «Stiamo facendo il possibile per andare a prendere con i pullman che partono dalla Sardegna le persone che vogliono raggiungere i familiari nell’isola – queste le prime risposte del console ucraino –. Sarebbe importante che le persone interessate si avvicinassero nella zona di Leopoli, vicino al confine polacco». Una manifestazione tra rabbia e speranza: decine le bandiere gialle blu sventolate da una numerosa delegazione della comunità di seimila ucraini. Una protesta di lacrime e nostalgia con musica e canti popolari ucraini. Quasi tutti raccontano di avere parenti che non vivono più a casa. «Mia figlia ci dice di stare tranquilli – spiega Alexandra di Leopoli– la nostra città non è stata ancora attaccata. Finora sono stai colpiti però degli aeroporti militari alle porte di Leopoli. Basta guerra». Tra i partecipanti anche una delegazione di georgiani residenti a Cagliari con la loro bandiera: «Quello che sta succedendo in Ucraina a noi è già successo, con le stesse modalità e con le stesse scuse. Per questo comprendiamo benissimo il loro dolore».
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