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«Stiamo lottando per la libertà di tutti»

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L’appello del console Grande: «Situazione drammatica, serve subito una tregua»

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CAGLIARI. «Sapete dov’è ora la mia assistente, Caterina? A Kiev, in chissà quale quartiere, con un Kalashnikov fra le mani. Difende la sua città. Lotta per la democrazia». Anthony Grande, 49 anni, parla tutto d’un fiato, senza staccare mai lo sguardo dall’i-phone, dove rimbalzano i bollettini che arrivano dal fronte della guerra, uno dopo l’altro: «La situazione è drammatica, in tutta la Nazione. Senza un cessate il fuoco immediato, saranno sempre più i civili a pagare il prezzo più alto. È stata appena bombardata la stazione dei treni, a Kiev. Fermiamo la guerra». Il console onorario dell’Ucraina in Sardegna è in testa alla colonna della solidarietà, organizzata insieme al parlamentare Ugo Cappellacci. «Vicino al confine fra la Polonia e l’Ucraina – racconta prenderemo in consegna cento bambini che erano ospitati in due orfanotrofi del Donbass. Ma il Donbass è caduto. C’è un popolo in fuga. Chi non combatte, scappa per non morire sotto le bombe e colpii di artiglieria». La storia personale del console va raccontata: è nato in Canada, da padre vicentino e madre casertana. Imprenditore dell’arredamento, esporta mobili dal Veneto in tutti Paesi dell’Est europeo. Ha sposato un’argentina, padre di tre figli, nel 2019 il trasferimento a Cagliari con tutta la famiglia. «Io che da sempre mi sento cittadino del mondo – dice – ho scelto la mia nuova patria. È a Sardegna». A ottobre l’ultimo viaggio Kiev, poi contatti quasi quotidiani fino a giovedì scorso. «È stata proprio Caterina, alle 7 del mattino, a dirmi al telefono dell’avanzata dell’esercito russo. I primi boati li ho sentiti in diretta. Lo giuro, un rumore agghiacciante come quello non l’avevo ancora sentito». La tragedia dell’Ucraina è cominciata in quel momento. «Ma la tensione era palpabile da molto prima, anche se nulla mi avrebbe fatto immaginare che Putin sarebbe passato dalle minacce alle azioni militari. Lo ha fatto, ora va fermato. Spero che a riprendere il sopravvento siano di nuovo le diplomazie, non più i soldati che purtroppo da una settimana hanno conquistato la scena, o meglio la stanno devastando». Nel 2014 era sulle barricate di Kiev, a fianco della rivoluzione pacifica di chi invocava più democrazia, più Occidente. «Quei giorni sono stati decisivi per l’Ucraina, ma di sicuro in quello stesso momento Putin s’è preoccupato, ha sentito la pressione dell’Europa, della Nato. Ha cominciato a occupare la Crimea, lo stesso anno. Poi è stata la volta delle province del Donbass, ora vorrebbe prendersi tutta l’Ucraina. Mi pare che la sua guerra si sia trasformata in una guerra personale, perché nessun popolo, neanche i russi, vuole imbracciare le armi e morire in guerra. La resistenza degli ucraini è forte, Putin non ci riuscirà a realizzare quanto s’ è messo in testa Ma l’Europa deve schierarsi dalla parte di un popolo che non vuole essere occupato e perdere la democrazia, il bene più prezioso, insieme alla vita». Quella in corso sarà l’unica missione? «Mi auguro che dopo questo nostri rimo viaggio per salvare cento bambini, arrivi la pace e il mondo non abbia più paura di finire la sua storia in tragedia».

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