Attraverso l’Europa per salvare 100 bambini
di Umberto Aime
I due pullman della spedizione partita dalla Sardegna diretti al confine ucraino
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INVIATO A VIENNA. I bambini del Donbass sono alla frontiera. Sono pronti a salire sui due autobus della colonna della solidarietà, partita giovedì da Cagliari e poi dal porto di Olbia. Mille chilometri in una sola giornata, altri mille nella notte, per arrivare a mezzogiorno di oggi al check point. Sarà su una strada provinciale dal nome illeggibile e che, fino all’estate scorsa, era la via maestra degli scambi commerciali, del benessere che viaggiava fra Polonia e Ucraina. Da dieci giorni, dallo scoppio della guerra, dall’invasione dell’Armata rossa, è solo un budello di asfalto. È il corridoio umanitario del sud: l’unica possibile via di fuga dal fronte, dalla città di Leopoli, che continua a resistere quanto se non più di Kiev, la capitale.
Quanti saranno i bambini profughi? Di sicuro un centinaio, conferma il console Anthony Grande. Per tutto il lungo viaggio, è rimasto sempre in collegamento con il ministero degli Affari sociali. «I bambini sono partiti in treno da Odessa – conferma – insieme alle assistenti. Sono a gruppetti di cinque. Venerdì notte viaggeranno anche loro fino all’alba. Saranno stremati, quando arriveranno al ceck point. Noi saremo lì ad aspettarli».
A bordo degli autobus, uno bianco, l’altro rosso, sarà anche una ragazza all’ottavo mese di gravidanza, due psicologhe ucraine, la moglie e i quattro figli di Dimitri, l’ex viceambasciatore a Roma. Ci siamo sentiti decine di volte in videochiamata», racconta Ugo Cappellacci, presidente dell’Intergruppo di amicizia fra i due Paesi.
La missione umanitaria continua ad avanzare: Vienna non è dietro l’angolo, il salto di frontiera Italia-Austria, è «avvenuto intorno alle 16», si legge nel diario di bordo, scritto con precisione maniacale da chi veste le felpe grigie Italia-Ucraina-Sardegna. Altre cinque ore di viaggio, almeno: Repubblica Ceca da attraversare, poi ancora tre province polacche.
Danilo Pes, dirigente dell’Enel, è l’addetto alla logistica. Finora non ci sono stati intoppi. Con una deviazione, decisa all’ultimo momento, abbiamo risparmiato un’ora e siamo in anticipo sulla tabella di marcia». Percorso d’avvicinamento quasi perfetto, mentre dal fronte continuano a ribalzare, sui telefonini, le immagini della guerra. Da alcuni ragazzini, forse 18enni, che imbracciano i mitra, con a fianco il padre, armato di mitragliatrice, piazzata su una torretta di sabbia, davanti all’ex Caffè delle stelle, sulla via della movida di Kiev. Oppure la paura per l’occupazione russa della centrale nucleare di Zaporizihzhia, la più grande d’Europa.
L’Armata degli occupanti sostiene di averla messa in sicurezza: gli ucraini non ci credono: «Vogliono tagliarci la corrente elettrica. Ma noi resisteremo lo stesso, abbiamo già scavato le trincee e teso le trappole», è l’angosciante messaggio, in viva voce, di chi telefona dal fronte. Lo traduce l’interprete Elena Makutra, che sarà fondamentale, quando la colonna supererà l’ultima barriera. «Non sappiamo ancora cosa ci aspetta», incalza il medico Luigi Cadeddu. A lui è affidata una delle missioni più complicate: verificare sul posto le condizioni di salute dei bambini profughi. «Saranno di sicura traumatizzati e impauriti. La guerra, le bombe, il viaggio notturno in treno, per loro è stato tutto terribile. Per fortuna, nel viaggio di ritorno, con noi ci sarà una psicologa ucraina».
Il percorso di avvicinamento alla meta cambia di continuo, telefonata dopo telefonata, comprese quelle della Farnesina: vuole sapere, ora dopo ora, dove sono sulla mappa quei «pazzi partiti dalla Sardegna». Sono proprio le telefonate a scandire ogni pagina del diario: quelle dal fronte invocano aiuto, quelle dall’Italia offrono solidarietà. Gente importate e gente comune, non fa differenza fra Silvio Berlusconi, che a Cappellacci dice: «Di qualunque cosa abbia bisogno chiamami. Se ti serve, metto a disposizione anche il mio aereo personale».
Un attimo prima erano state le famiglie di semplici cittadini, con post su Facebook, a dichiararsi pronti a ospitare i bambini in arrivo: «Prima dobbiamo farli uscire dall’Ucraina, poi ri-superare tre frontiere e infine farli sbarcare in Sardegna. Ognuna di queste tappe dovremo portarla a termine in piena sicurezza. Non possiamo sbagliare nulla. Al resto penseremo dopo», è l’ordine perentorio del console, che comunque ha giù consegnato all’Unità di crisi l’elenco delle famiglie per l’accoglienza.
L’importante, ora, è arrivare prima dell’alba al confine della Repubblica Ceca, perché se, nel frattempo, dovesse cambiare il programma, la carovana non si fermerà lo stesso. «Non esiste un piano _ dicono i cori i volontari della solidarietà -. Potranno semmai esserci percorsi alternativi. Forse dovremmo passare anche attraverso l’Ungheria, poco importa. L’unico vero nostro obiettivo è portare in salvo i 100 bambini dell’orfanotrofio del Donbass e chiunque riusciremo a far salire sugli autobus bianco e rosso».
I posti ci sono per tutti, ma pur di scappare dalla guerra, saranno in molti anche quelli disposti a viaggiare in piedi.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Quanti saranno i bambini profughi? Di sicuro un centinaio, conferma il console Anthony Grande. Per tutto il lungo viaggio, è rimasto sempre in collegamento con il ministero degli Affari sociali. «I bambini sono partiti in treno da Odessa – conferma – insieme alle assistenti. Sono a gruppetti di cinque. Venerdì notte viaggeranno anche loro fino all’alba. Saranno stremati, quando arriveranno al ceck point. Noi saremo lì ad aspettarli».
A bordo degli autobus, uno bianco, l’altro rosso, sarà anche una ragazza all’ottavo mese di gravidanza, due psicologhe ucraine, la moglie e i quattro figli di Dimitri, l’ex viceambasciatore a Roma. Ci siamo sentiti decine di volte in videochiamata», racconta Ugo Cappellacci, presidente dell’Intergruppo di amicizia fra i due Paesi.
La missione umanitaria continua ad avanzare: Vienna non è dietro l’angolo, il salto di frontiera Italia-Austria, è «avvenuto intorno alle 16», si legge nel diario di bordo, scritto con precisione maniacale da chi veste le felpe grigie Italia-Ucraina-Sardegna. Altre cinque ore di viaggio, almeno: Repubblica Ceca da attraversare, poi ancora tre province polacche.
Danilo Pes, dirigente dell’Enel, è l’addetto alla logistica. Finora non ci sono stati intoppi. Con una deviazione, decisa all’ultimo momento, abbiamo risparmiato un’ora e siamo in anticipo sulla tabella di marcia». Percorso d’avvicinamento quasi perfetto, mentre dal fronte continuano a ribalzare, sui telefonini, le immagini della guerra. Da alcuni ragazzini, forse 18enni, che imbracciano i mitra, con a fianco il padre, armato di mitragliatrice, piazzata su una torretta di sabbia, davanti all’ex Caffè delle stelle, sulla via della movida di Kiev. Oppure la paura per l’occupazione russa della centrale nucleare di Zaporizihzhia, la più grande d’Europa.
L’Armata degli occupanti sostiene di averla messa in sicurezza: gli ucraini non ci credono: «Vogliono tagliarci la corrente elettrica. Ma noi resisteremo lo stesso, abbiamo già scavato le trincee e teso le trappole», è l’angosciante messaggio, in viva voce, di chi telefona dal fronte. Lo traduce l’interprete Elena Makutra, che sarà fondamentale, quando la colonna supererà l’ultima barriera. «Non sappiamo ancora cosa ci aspetta», incalza il medico Luigi Cadeddu. A lui è affidata una delle missioni più complicate: verificare sul posto le condizioni di salute dei bambini profughi. «Saranno di sicura traumatizzati e impauriti. La guerra, le bombe, il viaggio notturno in treno, per loro è stato tutto terribile. Per fortuna, nel viaggio di ritorno, con noi ci sarà una psicologa ucraina».
Il percorso di avvicinamento alla meta cambia di continuo, telefonata dopo telefonata, comprese quelle della Farnesina: vuole sapere, ora dopo ora, dove sono sulla mappa quei «pazzi partiti dalla Sardegna». Sono proprio le telefonate a scandire ogni pagina del diario: quelle dal fronte invocano aiuto, quelle dall’Italia offrono solidarietà. Gente importate e gente comune, non fa differenza fra Silvio Berlusconi, che a Cappellacci dice: «Di qualunque cosa abbia bisogno chiamami. Se ti serve, metto a disposizione anche il mio aereo personale».
Un attimo prima erano state le famiglie di semplici cittadini, con post su Facebook, a dichiararsi pronti a ospitare i bambini in arrivo: «Prima dobbiamo farli uscire dall’Ucraina, poi ri-superare tre frontiere e infine farli sbarcare in Sardegna. Ognuna di queste tappe dovremo portarla a termine in piena sicurezza. Non possiamo sbagliare nulla. Al resto penseremo dopo», è l’ordine perentorio del console, che comunque ha giù consegnato all’Unità di crisi l’elenco delle famiglie per l’accoglienza.
L’importante, ora, è arrivare prima dell’alba al confine della Repubblica Ceca, perché se, nel frattempo, dovesse cambiare il programma, la carovana non si fermerà lo stesso. «Non esiste un piano _ dicono i cori i volontari della solidarietà -. Potranno semmai esserci percorsi alternativi. Forse dovremmo passare anche attraverso l’Ungheria, poco importa. L’unico vero nostro obiettivo è portare in salvo i 100 bambini dell’orfanotrofio del Donbass e chiunque riusciremo a far salire sugli autobus bianco e rosso».
I posti ci sono per tutti, ma pur di scappare dalla guerra, saranno in molti anche quelli disposti a viaggiare in piedi.
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