La Nuova Sardegna

Baci, pianti e parole sospese viaggio nella vita degli altri

di MATTEO PORRU
Baci, pianti e parole sospese viaggio nella vita degli altri

Tre ore e un quarto dalla stazione di Sassari a Cagliari. E a Chilivani si cambia. C’è chi torna a casa e chi si allontana, ogni passeggero ha una storia diversa

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Quando il giorno muore, in treno si ha la sensazione innaturale e bellissima di salvarlo dal buio, di rallentarlo. La luce che resta in quel pezzo di mondo lo sfuma piano e gli cambia la forma, la dimensione. Le montagne sembrano onde, le case costellazioni e le strisce verdi e lunghe di terra e coltivazioni di chissà quali ortaggi diventano nuvole basse e fragili, e sembra di vedere la brina o un accenno di neve sulle foglie delle piante, sull’asfalto delle strade. Ma le onde si rompono e il nero sommerge le stelle, le nuvole, gli alberi, la neve. E per qualche istante, prima che riemergano, dal finestrino di questo regionale mi sembra di attraversare la notte, di averla tanto vicina da poterla toccare, di avere il potere di farla sparire se accendo lo sguardo e cerco un bagliore. Non lo trovo e con la testa ritorno nel vagone, in una sedia scura e scomoda che non è nemmeno intera e mi fa male la schiena se ci resto.

Cambio posto: non è un problema questa sera, perché il treno è vuoto e, oltre a me, c’è una coppia di ragazzi e il capotreno. I ragazzi mi divertono: si rincorrono con le dita sui cappotti, lei gli toglie la mascherina e lui gli occhiali rossi, hanno fatto la pace e si guardano negli occhi, poi si baciano e quel bacio è così forte che mi tremano le mani, e trema pure il treno, e le luci del vagone mi disegnano i sorrisi e li lascio amarsi, perché il rumore del treno copre i loro cenni e le carezze e le parole che si stanno dedicando mentre si abbracciano.

Chissà se sono di Sassari o di Ozieri, penso. Poi, ancora luce. Stavolta è forte e il treno va molto, molto piano. Si ferma a Ploaghe e sale un signore stanco, si siede lontano, il viaggio riparte. Arriviamo alla fine, e a Chilivani si cambia: il treno ha tre minuti di ritardo e il cambio è di cinque; è vietato attraversare i binari ma servirsi del sottopassaggio in pochi secondi vuol dire correre con la forza della disperazione. E chissà perché ma il treno, quando lo intravedi al binario, sembra sempre che stia per partire, e che il capotreno stia in piedi accanto alla porta aspettando te, sì, te, ritardatario maledetto, sciagura di tutte le Ferrovie dello Stato che hai corso troppo piano; tu che hai rallentato le potenze del mare e degli astri, pur di salire su questo treno. Mentre, in realtà, quel povero cristiano sta semplicemente rispondendo a dei messaggi sul telefonino, o magari fumando, e ti guarda con la pena con cui si guarda un deficiente che ha fatto quattrocento metri in pochi secondi per niente, abbozza un sorriso e dice: partiamo fra un po’. E tu su quel fra un po’ senti il fiato che manca e le gambe che si afflosciano insieme. E sali perché il tuo unico, fondamentale obiettivo è sederti per riprenderti dallo scatto di corsa, o presunta tale.

Riparte il nuovo treno e sulle cose torna il buio. È vuoto pure questo vagone, ma è il senso di marcia a cambiare. Sul treno ci si siede per andare verso o per andare via. Di spalle a un posto dove si è stati o davanti a un posto in cui andare. In un caso ci si avvicina, nell’altro ci si allontana, ma comunque si passa in una terra di mezzo che non si conosce, ma si attraversa senza un senso compiuto che non sia arrivare o tornare. È una terra che sembra uguale, fatta di case e campi, di campi e case, e paesi nei quali perfetti sconosciuti prendono il tuo stesso treno per andare, o tornare, in posti diversi per ragioni di cui non sai nulla. È questa la magia: immaginare quelle vite lontane che sfioriamo, dare nomi e vizi, anni e stati civili, caratteri e pregi, difetti e passioni, problemi, paure, illusioni, tentazioni, sogni proibiti o ricorrenti, atti di cuore e di dolore. È un Chilivani Cagliari senza un’anima, ma quanto è facile riempire queste carrozze di persone uguali, pestate dalla vita, che vanno verso posti uguali, fatti da persone. E cade ogni differenza, ogni distinzione, perché su un treno, e su un binario, come su un’isola, come su un pianeta, come fra i pensieri, siamo tutte persone che attraversano per andare. O tornare. E io torno.

“Biglietto, prego.”

Lo mostro al capotreno, che ringrazia e se ne va. E penso a quel gesto, a quel prego, a quante volte avrà chiesto di esibire il biglietto, quell’uomo, e quante volte li avrà validati, presi in mano, controllati. E penso ai richiami, alle contravvenzioni, e quante volte avrà interrotto il servizio alla prima stazione disponibile, detto di tenere la mascherina anche sul naso, chiesto di non mettere i piedi sul sedile davanti, fischiato prima di chiudere le porte. Poche, molto poche: è giovane, il ragazzo, si siede e guarda il buio fuori e credo sorridesse per quel momento, e magari per il suo sogno di bambino avverato dopo anni, e per aver realizzato su quanti treni salirà, e per chissà quanto tempo. Credo gli piacesse, credo gli piacerà guardare fuori da quel vetro, tracciare le persone.

Ad Abbasanta salgono tre ragazze, della mia età, e un ragazzo, di poco più grande. Sono vestiti da sera, forse troppo leggeri per una sera di febbraio. Ascoltano una musica che non mi piace, per isolarmi mi metto a leggere. Arriviamo a Oristano dopo ventotto pagine, a ventinove i quattro scendono. All’inizio della trentesima, sale una donna bionda con uno sguardo triste e scavato. A pagina trentasei, inizia a piangere. Alla quarantadue, mi accorgo che dorme. Riposo anch’io, perché il treno mi culla, oscilla, e il rumore si fa più tenue quando si ha sonno, e la fame perde la forza quando si ha sonno. Mi sveglio a Elmas, all’aeroporto. La signora è andata via.

Scendo anch’io, a Cagliari, dopo tre ore e un quarto di viaggio, due treni e tante persone. Le immagino a casa, nelle loro stanze, o in qualunque strada dell’isola mentre vanno, o tornano.

E penso che Sassari e Cagliari non sono vicine, ma non sono abbastanza distanti per essere lontane. E a Chilivani si cambia.

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