La Nuova Sardegna

Da Grazia Deledda alle Ucraine, la lunga marcia verso la parità

di MARCELLO FOIS
Grazia Deledda
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Grazia Deledda

Nonostante i ritardi che ancora separano le donne di tutto il mondo dal conseguimento delle pari opportunità, la carriera stupefacente di questa scrittrice “straniera” eppure italiana ci appare di grandissima attualità - IL COMMENTO

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L’intergruppo per le Donne i Diritti, le Pari opportunità della Camera dei Deputati, presieduto dall’Onorevole Laura Boldrini, ha dedicato, il 7 Marzo, a Grazia Deledda la Giornata internazionale dei Diritti delle Donne. Un atto che può apparire simbolico ma non lo è. E non è nemmeno direttamente collegato al centocinquantesimo anniversario dalla nascita della scrittrice nuorese premio Nobel. Oggi, nonostante i ritardi che ancora separano le donne di tutto il mondo dal conseguimento delle pari opportunità, la carriera stupefacente di questa scrittrice “straniera” eppure italiana ci appare di grandissima attualità.

Innanzitutto nell’aver rappresentato una figura che non ha teorizzato ma vissuto in prima persona il femminismo. Per quanto cerchiate tra il vasto materiale documentario che la riguarda non troverete nessun proclama, nessun decalogo, nessun monito femminista, solo la constatazione che ci sono argomenti in cui si sbaglia a non voler sentire il parere delle donne.

Grazia Deledda è stata una donna che ha deciso di non subire il proprio tempo e si è messa nelle condizioni di poterselo permettere. Ma soprattutto, una volta acquisito un enorme potere contrattuale si è spesa per far sì che quella conquista non sembrasse affatto straordinaria. Sapeva tutto Grassiedda, di non essere una donna qualunque, eppure si comportava da donna qualunque, di non essere bella eppure si comportava come se lo fosse, di non essere amata dalla critica eppure non si è mai genuflessa alla scrittura del suo tempo.

Un vero prototipo di parità. Un vero laboratorio vivente di pari opportunità, con una differenza non piccola che consisteva nel fatto che, allora come ora, per una donna raggiungere questo grado di normalità “maschile” significava dover conquistare almeno un Nobel. Quando chiesero a Marie Curie cosa significasse vivere accanto a un premio Nobel, lei, che ne aveva ricevuti due, rispose che quella domanda avrebbero dovuto farla a suo marito.

Una Deledda al quadrato insomma, destinata a subire la stessa condizione di ridimensionamento che quella parte dell’umanità deve ancora sopportare. E sopportare in silenzio, come se ribadire il proprio punto di vista significhi rovesciare quel campo convenzionale su cui, ancora nel ventunesimo secolo, pascolano i rapporti tra generi nel nostro Paese che si dice moderno. In realtà la biografia della Deledda come eccezione serve a tutti coloro che vorrebbero ribadire una consuetudine in cui alle donne è concesso tutt’al più l’eroismo di piangere i propri morti.

Delle donne ucraine si dice che possono uscire dal proprio Paese occupato, e chiariscono che agli uomini questo non è concesso, perché, nella norma che ci compete, i maschi imbracciano le armi e le femmine li piangono. Delle donne Afghane si dice che pagano il prezzo più caro di una società normativa e retriva che le vuole nascoste, mute e sottomesse.

Tutte questioni di cui si parla, ma intanto, secondo studi recenti, di questo passo ci vorranno ancora 156 anni prima che uomini e donne nel nostro Paese, civile, si allineino in termini di stipendi, incarichi, diritti. Intanto spogliamo boschi di mimose per fare la festa delle Donne, o farla, ancora una volta, alle Donne.

Questa giornata in cui ci pare di onorare ogni debito mi ricorda la terribile frase di mia nonna quando affermava che “per una donna è una fregatura persino comandare”. O, peggio, l’ultimo verso di una magnifica poesia di Pierpaolo Pasolini, quest’anno cade il centenario dalla sua nascita, che recita “Io muoio, ed anche questo mi nuoce”.

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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