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Oksana, Iryna e le altre: «Le nostre vite stravolte di punto in bianco»

Oksana, Iryna e le altre: «Le nostre vite stravolte di punto in bianco»

Il racconto delle 9 donne che hanno accompagnato i bimbi «Tanta paura ma l’istinto di sopravvivenza ha la meglio»

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CAGLIARI. Svetlana, Oksana, Lyudmyla, Olena, ancora Olena, Iryna, Hanna, Svitlana e Ìnna: loro sono le nove mamme degli oltre trenta piccoli profughi dell’Ucraina. Mamme affidatarie, non naturali. Al di là del confine, ognuna gestiva e portava avanti una casa famiglia, ognuna era responsabile di una comunità, composta dai due fino agli undici bambini e bambine, ragazzini e ragazzine. Sono quasi tutte donne dall’aspetto imponente, cinquantenni non di più. All’inizio, incutono persino timore, soggezione, prima del raccontare vissuto e presente di chi, senza loro, semmai vivrebbe ancora negli orfanotrofi, o in altri luoghi pubblici, quasi sempre tristi, anonimi, ma soprattutto freddi nel sapere dispensare affetti. Invece, appena si svelano, le nove mamme appaiono per quello che sono: altrettante chiocce. Impaurite: insieme ai loro pulcini, sono appena fuggite dalla guerra. Nel tempo, poi raccontano, i figli li hanno avuti in affido da una complicata legge ucraina, gestita dalle filiali locali del ministero per le politiche sociali. Sono arrivate da lontano, e mai avrebbero pensato di essere catapultate, famiglie allargate comprese, in una città così lontana – mille chilometri e oltre – dalla regione del Donbass, devastata dalle bombe dell’Armata Rossa. Mettere assieme i loro diari è complicato, immaginarle, invece, alle prese con i piccoli, o grandi, problemi quotidiani delle mamme è più semplice e immediato. Anche se nel gruppo dei trenta in molti hanno un passato difficile, devastante alle spalle: abbandoni, nuclei originari frantumati dalla povertà, dall’alcol e dalla droga. Come se non bastasse, da quasi due settimane, tredici giorni fa per l’esattezza, a mettersi in mezzo sono stati addirittura blindati, lanciarazzi e i soldati di un esercito straniero. In passato la loro missione è stata quella di ricostruire la felicità, rimarginare le ferite, cancellare brutti, pessimi, ricordi: dovranno rifarlo, ancora una volta. L’altro giorno Svitlana ha festeggiato il compleanno a bordo di uno degli autobus della speranza, quelli partiti e ritornati con successo a Cagliari. «Da Odessa – racconta – siamo andati via di corsa, io e miei otto figli, appena le navi russe sono apparse all’orizzonte. Abbiamo riempito le valigie con poche cose e ci siamo rifugiati in un’altra casa. Poi, per fortuna, sono arrivati i salvatori, la pattuglia dei sardi». La paura è stata tanta, ma l’istinto di sopravvivenza è servito per mettere tutti e nove al sicuro. Uno dopo l’altro, incolla assieme le tessere di quegli attimi terribili, ma senza mai distogliere lo sguardo dalla nidiata. È un sguardo protettivo, capace di sfociare in richiami perentori, però sempre dolci, se qualcuno dei suoi prova a farla più o meno grossa. Bastano due parole ben dette, per far rientrare subito nei ranghi il piccolo, presunto ribelle. Oksana, invece, s’è presa in carico Sasha, un quattro anni esplosivo, in movimento perenne, e i suoi tre fratelli, che nella loro vecchia casa, prima dell’affido, pare se la siano vista brutta più volte. «Li ho educati innanzitutto a saper sorridere di nuovo», racconta. Il risultato è stato ottimo: anche Sasha fa tutto quello che un bambino deve fare alla sua età, ma se nella corsa sfrenata travolge una sedia, si ferma e la rimette in piedi, ricevendo come premio, un immediato bravissimo. Iryna è la mamma con più figli: undici. «La nostra vita – racconta – era fatta di giorni, scuola e un’organizzazione perfetta nei compiti. Poi, all’improvviso, è cambiato tutto, è cambiato il nostro mondo, ma certo non abbiamo perso le buone abitudini: lavarsi i denti, ad esempio, almeno tre volte al giorno, o fare i compiti dopo la pausa computer del pomeriggio». Era un’organizzazione perfetta e felice, quella delle mamme-chioccia. Poi è arrivato Putin, ma loro e i loro pulcini hanno resistito. A Cagliari riprendere a vivere come se fossero ancora nella loro casa famiglia di Odessa. (u.a.)

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