La Nuova Sardegna

Un’isola per rinascere: addio a bombe e sirene

di Umberto Aime
Un’isola per rinascere: addio a bombe e sirene

Concluso il lungo viaggio dei profughi portati in salvo dalla spedizione sarda È stato necessario superare anche le ultime difficoltà burocratiche

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CAGLIARI. L’ultimo balzo, quello verso la nuova città, è stato il più complicato. Fino all’ultimo istante, la burocrazia italiana ha provato a mettersi di traverso. Non c’è riuscita e così l’odissea della speranza s’è conclusa come doveva: in una grande festa. Prima nel porto di Olbia, poi nelle due strutture cagliaritane, dove i piccoli profughi del Donbass dovranno riconquistare i tempi e le emozioni di una vita normale, non più scandita dall’orribile suono delle sirene che annunciano gli attacchi da terra, dal cielo e dal mare. Si ricomincia, in sostanza. Non sarà facile, chissà quanto i vorrà, ma le premesse sono buone, ottime. Lo si è capito da come Marika, nata ad Odessa, si è fatta abbracciare da Marina, nata a Olbia, appena le due si sono incrociate nel piazzale del molo, dove ha attraccato la nave e da dove sono sbarcati gli autobus bianco e rosso della missione andata a buon fine in quella terra di mezzo che fa da confine, separa di netto, gli incubi dalla felicità, il terrore dall’allegria. Le bimbe si sono scambiate sin dall’inizio sorrisi, carezze, sguardi complici e reciproco affetto. Poi è stato l’orsetto di peluche a fare il resto, passando dalle mani di una a quelle dell’altra, messaggero del miglior augurio possibile: «Benvenuta, nella tua nuova Patria». Mai quella naturale sarà dimenticata da Marika, è impossibile, però Marina sa bene che quella ora portata in dono alla sua amichetta, arrivata da lontano, non è poi così male per ricominciare. Che l’avventura stia per cominciare, s’è solo chiuso un capitolo, è stato ancora più evidente, a Cagliari. Quando la colonna della solidarietà ha varcato il cancello della casa d’accoglienza (o meglio della rinascita) Vittorio Emanuele II. Gli oltre trenta piccoli eroi sono stati accolti dalla folla con un applauso forte, spontaneo e scrosciante. A tal punto che Karolina, con in braccio il suo vero, inseparabile, scodinzolante cagnolino bianco, s’è messa a salutare, tutta quella gente sconosciuta, come se fosse stata la prima ballerina della Scala. Sono state emozioni da mille e una notte, da sogno, quelle vissute dai bambini fuggiti impauriti dall’Ucraina, nel loro giorno d’esordio in Sardegna. Sensazioni indimenticabili e forti, vissute anche dai volontari che sono riusciti a strapparli dall’inferno. È stata un’odissea vittoriosa per Luigi Cadeddu, il medico della carovana, che fino all’ultimo ha portato a cavalluccio il piccolo Damian. I due hanno dimostrato di essere una coppia perfetta, inneggiata dai presenti, con in testa il sindaco di Cagliari, Paolo Truzzu, e l’assessore regionale Gianni Lampis, in rappresentanza di un’istituzione che per il resto s’è vista solo nel momento del gran finale. È stata una missione esaltante per Danilo Pes, esperto in logistica, che sin dal confine polacco ha pensato – oltre a risolvere un’altra infinità di problemi – come poter indirizzare il futuro dell’ala sinistra Artiom Krriew, 14 anni, destinato alle giovanili del Cagliari. Presto al ragazzino saranno consegnati scarpini, pantaloncini maglietta rossoblù per ilsuo esordio ad Asseminello. È stato tutto emozionante per Elena Makutra, l’interprete, capace dovunque di sbrogliare qualunque matassa, anche quella più intricata, con una sensibilità sempre presente in ogni suo correre veloce dall’ucraino all’italiano e viceversa. Poi gli applausi finali, accompagnati da un filotto continuo di complimenti, hanno ripagato la caparbietà di Anthony Grande e Ugo Cappellacci, i due capimissione. Mai hanno mollato la presa e per loro è stato così in ognuno dei tremila chilometri attraversati. Dentro l’Ucraina devastata dalla guerra, in Polonia e Repubblica Ceca, nella difficile Austria o nella sempre complicata Italia. Sono partiti con una sola idea in testa, mettere al sicuro il gruppo del Donbass, e ci sono riusciti, superando anche i momenti difficili in cui la ruota del destino sembrava girare solo al contrario. «Sono felice e come se fossi diventato padre un’altra volta. Mi porterò dentro ricordi indimenticabili. È stata la vittoria della determinazione, il trionfo del cuore», hanno detto in sintonia dal console onorario al parlamentare, pronti a organizzare una seconda missione. «Ci sono ancora molti, troppi, bambini in pericolo», hanno rilanciato. È stato un enorme tuffo al cuore per quel padre italiano che s’è visto affidare da un altro padre, ucraino, il figlio, dopo avergli fatto giurare: «Ti prego, portamelo al sicuro». Per poi fargli sapere su Whatsapp: «Ci sono riuscito. Sasha è salvo».

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