L’operazione Mamma mia porta 30 orfani nell’isola
di Umberto Aime
Dopo un viaggio complicato i bambini sono stati affidati alla delegazione sarda
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INVIATO A BUCAREST. L’operazione «Mamma mia» è stata un trionfo. Organizzata al volo in una pizzeria italiana alla periferia di Galatzi, città nero fumo delle acciaierie rumene, è andata a segno in Ucraina. Altri trenta piccoli profughi, tutti orfani, sono stati portati in salvo, insieme alle mamme adottive. Per tutti loro sarà difficile, se non impossibile, dimenticare il sibilo dei missili russi sui tetti di Odessa, dove abitavano nelle case famiglia, e neanche il boato delle esplosioni dentro i palazzi. Però almeno la guerra se la sono messa alle spalle, insieme al terrore di finire semmai bersaglio in movimento dei cecchini appostati dietro le colline che sovrastano i corridoi umanitari intorno a Reni, paese di frontiera dell’Ucraina invasa.
Stavolta tutto è stato molto più complicato rispetto alla prima operazione, una decina di giorni fa, e anche quella conclusa con un trionfo. Nella replica del blitz l’ostacolo è stato diplomatico. Da sempre fra rumeni e ucraini i rapporti sono stati e saranno tesi, tesissimi, e neanche l’invasione russa della nazione con la bandiera blu-gialla, è servita a mettere da parte le storiche divisioni. Certo, la solidarietà esiste anche a ridosso della frontiera, ma è molto meno evidente di quella dei primi di marzo, apprezzata in Polonia.
In questa fetta tormentata dell’Europa dell’Est, i profughi si ammassano lo stesso ai valichi, però poi con grande difficoltà riescono ad arrivare al «punto di prelievo», dopo aver superato anche la Moldavia, che sta in mezzo, e buona parte del Danubio, il secondo fiume più lungo del Vecchio Continente. Eppure, «Mamma mia» è stata inarrestabile, travolgente nel suo successo, voluto con forza dai volontari, partiti tre giorni fa da Cagliari, dal console ucraino in Sardegna, Anthony Grande, e dal deputato Ugo Cappellacci per l’Intergruppo parlamentare Italia-Ucraina, col ministero della Difesa e la Farnesina pronte a intervenire nel caso in cui l’impresa fosse diventata troppo rischiosa. Lo è stata, rischiosa, ma senza mai superare l’ultimo livello di guardia. La strategia è stata decisa a tavolino dall’Unità di crisi, che ha trovato fra i tavoli del «Mamma mia» la giusta collaborazione locale per superare gli ostacoli. Il percorso di avvicinamento alla frontiera dell’autobus noleggiato è cambiato tante volte prima della partenza, poi in corsa almeno altrettante. Il motivo? Più volte sui telefonini di servizio, compreso quello dell’interprete Elena Makutra, è arrivato il peggior messaggio possibile: «Da qui non passerete, spostatevi altrove». La squadra ha vissuto un’amarezza dopo l’altra, persino troppe, nonostante a evitare un possibile crollo psicologico causa fallimento ci abbia sempre pensato il medico della compagnia, Luigi Cadeddu, insieme al figlio Emanuele. I controlli dei passaporti a ogni salto di frontiera sono stati otto. Gli sguardi per nulla concilianti dei frontalieri almeno venti volte tanto. Con grande difficoltà, l’autobus ha proseguito la marcia. È stata un’odissea con continui colloqui e preghiere, per evitare che il tragitto si fermasse. È servito persino pagare una tangente, seppure di poco conto: regalare sigarette su sigarette. Dopo quasi due ore, l’autobus è arrivato alla meta.
In fondo a una strada sterrata, avvolti nella nebbia e in giubbotti spessi quattro dita (con la temperatura a meno tre gradi) è apparso il gruppo dei piccoli profughi. L’operazione “Mamma mia” ha ripreso in fretta la via del ritorno dall’Ucraina alla Romania, passando sempre per la Moldavia, prima che qualcuno ostile ci ripensasse e bloccasse tutti in mezzo a chissà quale terra di nessuno. Ma alla fine, una buona stella c’è sempre: la comitiva è stata ospitata nella foresteria dello Steaua Bucarest, la più gloriosa squadra di calcio della Romania.
Le strade si complicano anche per il ritorno: quella che sembrava un’offerta della compagnia aerea Wizz Air, volo gratuito da Bucarest a Ciampino, è stata riformulata: servono 6mila euro. In attesa che la notte porti consiglio, è arrivata anche l’offerta di Volotea che è disposta ad offrire un “passaggio” da Roma a Cagliari al solo costo delle tasse aeroportuali.
Stavolta tutto è stato molto più complicato rispetto alla prima operazione, una decina di giorni fa, e anche quella conclusa con un trionfo. Nella replica del blitz l’ostacolo è stato diplomatico. Da sempre fra rumeni e ucraini i rapporti sono stati e saranno tesi, tesissimi, e neanche l’invasione russa della nazione con la bandiera blu-gialla, è servita a mettere da parte le storiche divisioni. Certo, la solidarietà esiste anche a ridosso della frontiera, ma è molto meno evidente di quella dei primi di marzo, apprezzata in Polonia.
In questa fetta tormentata dell’Europa dell’Est, i profughi si ammassano lo stesso ai valichi, però poi con grande difficoltà riescono ad arrivare al «punto di prelievo», dopo aver superato anche la Moldavia, che sta in mezzo, e buona parte del Danubio, il secondo fiume più lungo del Vecchio Continente. Eppure, «Mamma mia» è stata inarrestabile, travolgente nel suo successo, voluto con forza dai volontari, partiti tre giorni fa da Cagliari, dal console ucraino in Sardegna, Anthony Grande, e dal deputato Ugo Cappellacci per l’Intergruppo parlamentare Italia-Ucraina, col ministero della Difesa e la Farnesina pronte a intervenire nel caso in cui l’impresa fosse diventata troppo rischiosa. Lo è stata, rischiosa, ma senza mai superare l’ultimo livello di guardia. La strategia è stata decisa a tavolino dall’Unità di crisi, che ha trovato fra i tavoli del «Mamma mia» la giusta collaborazione locale per superare gli ostacoli. Il percorso di avvicinamento alla frontiera dell’autobus noleggiato è cambiato tante volte prima della partenza, poi in corsa almeno altrettante. Il motivo? Più volte sui telefonini di servizio, compreso quello dell’interprete Elena Makutra, è arrivato il peggior messaggio possibile: «Da qui non passerete, spostatevi altrove». La squadra ha vissuto un’amarezza dopo l’altra, persino troppe, nonostante a evitare un possibile crollo psicologico causa fallimento ci abbia sempre pensato il medico della compagnia, Luigi Cadeddu, insieme al figlio Emanuele. I controlli dei passaporti a ogni salto di frontiera sono stati otto. Gli sguardi per nulla concilianti dei frontalieri almeno venti volte tanto. Con grande difficoltà, l’autobus ha proseguito la marcia. È stata un’odissea con continui colloqui e preghiere, per evitare che il tragitto si fermasse. È servito persino pagare una tangente, seppure di poco conto: regalare sigarette su sigarette. Dopo quasi due ore, l’autobus è arrivato alla meta.
In fondo a una strada sterrata, avvolti nella nebbia e in giubbotti spessi quattro dita (con la temperatura a meno tre gradi) è apparso il gruppo dei piccoli profughi. L’operazione “Mamma mia” ha ripreso in fretta la via del ritorno dall’Ucraina alla Romania, passando sempre per la Moldavia, prima che qualcuno ostile ci ripensasse e bloccasse tutti in mezzo a chissà quale terra di nessuno. Ma alla fine, una buona stella c’è sempre: la comitiva è stata ospitata nella foresteria dello Steaua Bucarest, la più gloriosa squadra di calcio della Romania.
Le strade si complicano anche per il ritorno: quella che sembrava un’offerta della compagnia aerea Wizz Air, volo gratuito da Bucarest a Ciampino, è stata riformulata: servono 6mila euro. In attesa che la notte porti consiglio, è arrivata anche l’offerta di Volotea che è disposta ad offrire un “passaggio” da Roma a Cagliari al solo costo delle tasse aeroportuali.
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