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Intervista con Davide Tabarelli: «Situazione di emergenza: sull’energia decida lo Stato»

Il fondatore di Nomisma Energia: «Il progetto dell’Enel? Buono per la finanza»


08 giugno 2022 di Giuseppe Centore


CAGLIARI. Davide Tabarelli, 62 anni, professore all’Università di Bologna, è presidente di Nomisma Energia, società di ricerca su energia e ambiente, e in queste settimane è diventato un volto noto nelle tv, dove commenta, anche con una certa vis polemica, gli avvenimenti e gli scenari legati al mondo che cambia. Con lui la Nuova ha parlato di energia, gas e Sardegna.

Professor Tabarelli, lei ha più volte detto che la transizione energetica non sarà un atto, ma un lungo processo, con stop and go, e anche passi indietro. E non sarà a costo zero. Questo vale anche per la Sardegna?
«Purtroppo sì. Il passaggio da un sistema energetico fossile basato sul carbone, che voi avete in abbondanza, ad un altro con un mix di processi produttivi, costerà tanto, ma veramente tanto. Forse la chiusura delle miniere a carbone non è stata una scelta felice, ma ormai è andata. Le tecnologie per desolforizzare i fumi di combustione o i residui di processo in soli dieci anni hanno fatto passi da gigante, ma il problema rimane. Tra 36 mesi, al massimo 40 mesi, una inezia, voi dovete dire addio alle due centrali, e a rischio è anche l’attuale impianto della Saras, che tratta i residui di raffinazione: non è che inquina molto meno di una centrale carbone. In cambio avrete il Tyrrhenian link: una soluzione avveniristica che costa tantissimo per le casse pubbliche, forse anche troppo. Se la Sardegna rimane senza potenza di base rischia pesantemente perchè solo con le rinnovabili nel mondo non si tengono in piedi sistemi produttivi, semmai si fanno affari».

È convinto del progetto “Sardegna isola verde” disegnato da Enel, che prevede solo rinnovabili, accumuli e un addio rapido alle produzioni da fossile, compreso il metano?
«È un progetto buono per il mondo della finanza, per far salire i titoli in Borsa, non per le imprese. Adesso batterie che durano per più di 3 o 4 ore e che sostituiscono i tradizionali accumuli dell’idroelettrico, non esistono, forse in un prossimo futuro sì, ma adesso non mi affiderei a una tecnologia incerta per stabilizzare una rete che ha bisogno di tanta energia programmabile, che solo carbone, metano, petrolio o nucleare può dare».

Nucleare lasciamo perdere, chi solo lo nomina diviene appestato, petrolio e carbone rappresentano il presente da cui vogliamo disconnetterci, ci rimane forse il metano.
«Dico la verità, a me piacerebbe riaprire tutto. Tutte le fonti di energia disponibili adesso o nei prossimi anni andrebbero usate. Tutte, anche quelle definite retrò. Le batterie? Son 15 anni che ne parliamo e non siamo arrivati se non alla pubblicità della Tesla. Con le batterie i vostri poli industriali non reggono, al massimo servono per stabilizzare la rete e coprire le domande di picco, ma non possono certo intervenire nel quotidiano. Pensate che il cavo basti? E quando va in manutenzione, e ci va con regolarità, che fate, fermate tutto e spegnete le luci?»

Stiamo rischiando black-out o crisi energetiche prolungate?
«Ma ci siamo già dentro sino al collo! Anche a me il carbone non piace, ma quando vedo che adesso costa 10 volte il prezzo di un anno fa e non se ne trova, dico prepariamoci a usare piumoni e a spegnere il riscaldamento, altro che storie. Il prossimo inverno andremo ancora a carbone, e il prossimo ancora, e non diventeremo più verdi nel giro di anni, neppure di lustri».

Abbiamo abbandonato le miniere, il Galsi è decaduto per volontà di governi e multinazionali, e non è più nei radar dell’Europa. Siamo costretti a fare i conti noi sardi con il poco che abbiamo?
«Almeno mandate avanti i vostri progetti, dovevate realizzare una rete del gas regionale ma vedo che anche questa è saltata, ora discutete di questo sistema ibrido, ma perchè non pensate a un collegamento sul metano che colleghi Nord-Sardegna a Corsica e Penisola? Diventereste un formidabile deposito per gnl, strategico per l’Italia».

Le altre Regioni si stanno candidando a ricevere di tutto e di più, rigassificatori, campi eolici, condotte, centrali, forse hanno capito che adesso ci sono i soldi. La nostra Regione sembra timida sul tema, oppure risponde picche al governo, come nel decreto energia.
«Spingiamo al massimo su eolico e rinnovabili, senza incertezze e poi, per favore, dobbiamo togliere alle Regioni, a tutte, il potere di intervento su questioni energetiche. Mi spiego: qui si vogliono mandare aerei a combattere contro i russi, le sanzioni che stiamo mettendo sono già esse un atto di guerra: la realtà è che siamo in una economia di guerra, con forme diverse e in apparenza meno cruente, ma evidenti a chi vuole vederle. Anche se scoppia domani la pace, le cicatrici negli animi e nelle città, nelle persone e nei sistemi produttivi saranno profonde e dureranno decenni. E noi stiamo ancora qui a giocare su autorizzazioni sì-no-forse, o poteri di veto localistici? A situazioni di guerra si risponde con decisioni conseguenti: le scelte di politica energetica e industriale ora non possono essere affidate ai territori, vanno riportate in capo al governo. Si decida subito. E chi non è d’accordo si adegui».

@gcentore.

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