Così la rivolta affonda la Sardegna
La benzina che costa come lo champagne, iI costi superano qualsiasi possibile guadagno e il carovita diventato carissimo: ma anche la disperazione impone dei doveri - IL COMMENTO
La disperazione ha la forma di una fila di camion. Un muro che separa da quattro giorni la Sardegna dal mondo. Un blocco di guerra, causato dalla guerra che centesimo dopo centesimo ha reso impossibile a un’intera categoria sopravvivere. I camionisti si sono fermati non per protesta, ma per assenza di alternative. La benzina che costa come lo champagne. I costi superano qualsiasi possibile guadagno. Il carovita diventato carissimo. Ma anche la disperazione impone dei doveri.
Perché questa protesta somiglia sempre più a chi sega il ramo su cui è seduto. Il blocco dei porti non ha scalfito le multinazionali del petrolio, né ha impensierito il premier Mario Draghi. Non ha impoverito oligarchi russi o sceicchi arabi, ma ha reso ancora più deboli e traballanti le aziende sarde. Imprese già piegate da due anni di covid, costrette a pagare il gap dell’insularità, del costo dell’energia, di un tessuto economico fragile e di un mercato sostanzialmente chiuso e piccolo. Queste fragilissime aziende subiscono in modo pesantissimo gli effetti collaterali del blocco. Gli allevatori non possono vendere il loro latte, le imprese di trasformazione non possono lavorare. Le materie prime non arrivano e la catena produttiva si ferma. Le esportazioni di quello che viene prodotto nell’isola restano ferme, con i beni deperibili che vengono buttati via. Le 17 tonnellate di cozze andate a male nell’attesa di essere imbarcate sono solo un piccolo esempio di quello che succede. Ma la stessa sorte tocca ad altre merci deperibili, frutta, verdura, latticini. Ma sono solo piccoli esempi. I corrieri nazionali, Sda, Brt e Gls, hanno deciso di non portare più le merci nell’isola. E a perderci non è solo il gigante Amazon e chi dalla Sardegna ordina dal portale di e-commerce. La protesta giusta degli autotrasportatori rischia di colpire proprio chi loro non vorrebbero colpire: le aziende sarde e anche se stessi. Perché se nessuno produce cosa trasportano i tir sardi? La catena del trasporto della Sardegna da sempre è sbilanciata. I camion arrivano carichi di merce dalla penisola, ma ripartono quasi sempre vuoti dalla Sardegna. Se si disintegrano anche le poche realtà produttive che riescono a esportare i loro manufatti l’isola diventerà ancora più povera. In questo quadro che rischia di degenerare in rivolta sociale di disperati contro altri disperati la politica brilla per la sua totale assenza. E anche chi gestisce l’ordine pubblico deve evitare che si ripetano scene già viste durante la protesta sul prezzo del latte. Con violenze e minacce.
Davanti ai blocchi si assiste a un inutile carosello di politici e una montagna di comunicati stampa di solidarietà ai camionisti. Senza che nessuno abbia il coraggio di dire che la protesta è comprensibile, ma i modi rischiano di rendere ancora più drammatica la situazione. Perché da tempo la politica ha smesso di parlare alla testa delle persone, preferisce puntare alla pancia. Blandire chi protesta senza proporre una alternativa percorribile. Senza spiegare che un blocco prolungato non farà diminuire il costo della benzina, ma solo aumentare la povertà delle famiglie, e i debiti delle aziende. Gli autotrasportatori si aspettavano forse che i politici sardi più che solidarietà portassero loro contributi e una soluzione a una situazione drammatica. Magari attraverso un bonus che compensasse i rincari. Invece la politica è rimasta silente quando un paio di settimane fa le compagnie di navigazione hanno aumentato in modo unilaterale di 50 euro il costo del biglietto per ogni camion imbarcato. E ha avuto lo stesso atteggiamento quando i camionisti hanno lanciato il grido d’allarme perché con il gasolio a 2 euro le loro piccole imprese avrebbero collassato. Oggi la Regione chiede al governo un incontro per discutere del caro carburanti, proprio nel giorno in cui a Roma si decide cosa fare.
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