Festa a Cagliari per i 30 piccoli profughi
di Umberto Aime
Missione “Mamma mia”, Myra e Artem e gli altri accolti in allegria a Villa Tecla
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CAGLIARI. La meravigliosa festa di benvenuto a Villa Tecla è stata il tripudio della missione «Mamma mia», durata quattro giorni fra Ucraina, Romania e Moldavia. Insieme ad altri 30 piccoli profughi, Myra e Artem, i due gemellini di Odessa, sono stati accolti con palloncini, festoni, giocattoli, pizzette, dolci e canti dalle Suore orsoline e dalle volontarie dell’associazione per l’ospitalità. «M&A» si sono emozionati dall’inizio alla fine del party organizzato in loro onore. Per poi ammirare estasiati i lettini a castello, dove d’ora in poi dormiranno – ad attenderli sui cuscini c’era un peluche a testa – dopo essere fuggiti dall’avanzata dell’esercito russo, dai bombardamenti e dalla paura di restare intrappolati a metà di chissà quali corridoi umanitari, che continuano a restare aperti, mentre l’Ucraina è sempre più sotto assedio. Dall’altra parte dell’Europa, invece, è arrivato chi li ha salvati. È il gruppo dei «Mamma mia», partito sabato mattina da Cagliari, con in testa Anthony Grande, console onorario ucraino in Sardegna, Ugo Cappellacci, deputato e presidente dell’Unione interparlamentare fra i due paesi, Luigi Cadeddu, il medico, insieme al figlio Emanuele, Elena Makutra, l’intancabile interprete, e al fotografo Franco Nonnoi. Se messa a confronto con la prima missione, due settimane fa in Polonia, l’ultima è stata più complicata sotto l’aspetto diplomatico: ottenere i lasciapassare per i profughi ha messo a rischio più volte l’operazione. Però questa è stata meno pericolosa: nel confine Est dell’Ucraina, vicino alla Romania, la guerra appare lontana anche se è a solo 570 chilometri. È vissuta con distacco dai rumeni e moldavi, i popoli più vicini. Sul fronte opposto, a Ovest, mimetiche e armi sono dappertutto, e i polacchi si sentono minacciati dalla Russia quanto e come l’Ucraina. Due fotografie diverse, certo, ma nell’album della missione «Mamma mia» sono comunque vicine una all’altra. Dal 3 al 16 marzo, i volontari hanno messo in salvo, riprotetto, novanta profughi: soprattutto bambini orfani e ospiti delle case famiglia del Donbass. Ci saranno altre missioni? Nella chat del gruppo, Cappellacci ha scritto: «Gli appelli sono continui, siete pronti a ripartire?» La risposta è stata un sì unanime.
Il viaggio. L’ultimo balzo da Bucarest a Cagliari è stato compiuto con un Boeing della compagnia aerea spagnola AlbaStar, noleggiato dalla Protezione civile nazionale e dall’Esercito, che ha inviato in Romania un’unità di crisi, dopo che era saltato quello annunciato dell’Aeronautica militare. Il preambolo del volo è stato fantastico: sull’autobus diretto allo scalo internazionale, gate 24, tutti hanno partecipato a una miscellanea patriottica e popolare. Prima, gli inni nazionali, dal nostro «Mameli» al loro «L’Ucraina non è ancora morta» fino a «Dimonios» della Brigata Sassari. Poi «Volare nel blu dipinto di blu», che oltre le Alpi canticchiano spesso, per chiudere con l’evocativo: la storia del soldato di Kiev che, avvolto nella bandiera, ritorna vincitore dal fronte per abbracciare moglie e figli. Finirà davvero così dopo ventidue giorni di guerra, morti a migliaia e sfollati a milioni? Le diplomazie parrebbero al lavoro per fermare quello che continua a essere l’orrore allo stato puro dentro l’Europa.
Storie incredibili. Maria Serhiyenko, 29 anni, è nata a Kachovka, a un passo dalla Crimea, città occupata giorni fa dall’Armata Rossa. Vive da tempo a Santa Teresa Gallura, dove lavora in uno stabilimento balneare. Il 5 marzo aveva postato su Facebook: «Lancio un appello. Cerco volontari che mi accompagnino al confine dell’Ucraina, per recuperare e portare in Sardegna mia nonna ormai allettata».
Non ha aspettato che qualcuno le rispondesse, l’ ha fatto da sola, e un domani forse racconterà la sua missione e i rischi corsi nella riuscita operazione di salvataggio. Così come, nel 2017, quand’era ancora studentessa rivelò, dopo un viaggio di studio ad Auschwitz: «Mia bisnonna era una deportata e da bambina sentivo spesso parlare in casa delle atrocità commesse dai nazisti. Poi li ho visti, i campi di sterminio, e ho capito».
Qualche giorno fa Maria è riuscita a «prelevare» la nonna, costretta in sedia a rotelle, e altri parenti in un campo profughi. Poi ha cercato, voluto e ottenuto il sostegno dell’operazione «Mamma mia» e all’aeroporto di Bucarest s’è presentata in testa al suo preziosissimo gruppo. È partita insieme agli altri 30 rifugiati, con una destinazione ben precisa: Santa Teresa Gallura.
Il viaggio. L’ultimo balzo da Bucarest a Cagliari è stato compiuto con un Boeing della compagnia aerea spagnola AlbaStar, noleggiato dalla Protezione civile nazionale e dall’Esercito, che ha inviato in Romania un’unità di crisi, dopo che era saltato quello annunciato dell’Aeronautica militare. Il preambolo del volo è stato fantastico: sull’autobus diretto allo scalo internazionale, gate 24, tutti hanno partecipato a una miscellanea patriottica e popolare. Prima, gli inni nazionali, dal nostro «Mameli» al loro «L’Ucraina non è ancora morta» fino a «Dimonios» della Brigata Sassari. Poi «Volare nel blu dipinto di blu», che oltre le Alpi canticchiano spesso, per chiudere con l’evocativo: la storia del soldato di Kiev che, avvolto nella bandiera, ritorna vincitore dal fronte per abbracciare moglie e figli. Finirà davvero così dopo ventidue giorni di guerra, morti a migliaia e sfollati a milioni? Le diplomazie parrebbero al lavoro per fermare quello che continua a essere l’orrore allo stato puro dentro l’Europa.
Storie incredibili. Maria Serhiyenko, 29 anni, è nata a Kachovka, a un passo dalla Crimea, città occupata giorni fa dall’Armata Rossa. Vive da tempo a Santa Teresa Gallura, dove lavora in uno stabilimento balneare. Il 5 marzo aveva postato su Facebook: «Lancio un appello. Cerco volontari che mi accompagnino al confine dell’Ucraina, per recuperare e portare in Sardegna mia nonna ormai allettata».
Non ha aspettato che qualcuno le rispondesse, l’ ha fatto da sola, e un domani forse racconterà la sua missione e i rischi corsi nella riuscita operazione di salvataggio. Così come, nel 2017, quand’era ancora studentessa rivelò, dopo un viaggio di studio ad Auschwitz: «Mia bisnonna era una deportata e da bambina sentivo spesso parlare in casa delle atrocità commesse dai nazisti. Poi li ho visti, i campi di sterminio, e ho capito».
Qualche giorno fa Maria è riuscita a «prelevare» la nonna, costretta in sedia a rotelle, e altri parenti in un campo profughi. Poi ha cercato, voluto e ottenuto il sostegno dell’operazione «Mamma mia» e all’aeroporto di Bucarest s’è presentata in testa al suo preziosissimo gruppo. È partita insieme agli altri 30 rifugiati, con una destinazione ben precisa: Santa Teresa Gallura.
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