Guerra e autosufficienza, l'isola che riforniva Roma ora non coltiva più grano
Comanda la globalizzazione e la produzione sarda, senza politiche adeguate e una filiera strutturata, non può essere competitiva rispetto al resto del mondo
SASSARI. "Salude e trigu", salute e grano, che equivale a prosperità. Un augurio, quello tipico sardo, che aveva sicuramente più senso fino a un secolo fa, quando non c'era la globalizzazione e l'isola dedicava grandi superfici alla coltivazione del frumento, addirittura si arrivava a 158mila ettari tra la fine dell'800 e gli inizi del '900 che ne facevano la seconda regione dopo la Sicilia. Per non parlare della Sardegna "granaio di Roma" nel terzo secolo avanti Cristo, una fama legata per la verità a una distorsione storico-economica, dato che le quantità che si richiedevano allora non erano minimamente paragonabili a quelle attuali. Fama peraltro non esclusiva, anche Sicilia e Egitto ne godevano (si fa per dire, dato che di sfruttamento si trattava). E nel Ventennio fascista con le bonifiche si raddoppiò anche la resa. Una coltura che ha retto bene sino alla fine del secolo scorso, con ampie distese in Marmilla, Trexenta, Campidano, Sassarese. Poi il declino, con la scelta di altre attività agricole e l'abbandono dei campi, tanto che ora, secondo i dati diffusi da Coldiretti nel 2021, non si superano i 30mila ettari. Mentre sono tante le terre abbandonate. Quanto sta succedendo sullo scenario internazionale, con i problemi nell'approvvigionamento di varie materie prime tra cui appunto il grano che arrivava da Ucraina e Russia, pone degli interrogativi su ciò che sarebbe potuto essere in tema di autosufficienza.
In meno di 20 anni la Sardegna ha perso il 70% della superficie coltivata a grano duro (nel 2004 si sfioravano i 97mila ettari). Naturalmente insieme alle superfici si sono persi anche gli agricoltori: basti il dato che dal 2000 al 2015 si sono dimezzati, da 12.395 a 6.190, per poi proseguire il trend.
Pietro Pulina, professore ordinario di economia agraria ed estimo rurale al dipartimento di agraria dell'università di Sassari, spiega che «la convenienza è durata sino a che c'era la cosiddetta "integrazione" da parte della comunità europea, un contributo che consentiva di chiudere i conti. Sparita quella non c'era più la convenienza a produrre. È successo dai primi anni '90, non c'era più margine di guadagno per i coltivatori, c'è da capirli. Anche perché le nostre varietà, che tanto celebriamo e che in effetti hanno delle caratteristiche qualitative anche buone, dal punto di vista delle rese sono un disastro. Stiamo parlando di tre volte meno dei concorrenti per quintali a ettaro. Non c'è il tanto per tirare fuori un prezzo decente». Nemmeno con i bandi della Regione che danno 250 euro a ettaro.
Da tenere presente poi che i mercati dei cereali sono sottoposti a tantissima speculazione, basti dire che il prezzo si fa alla borsa di Chicago. E che nel mondo sono in atto politiche di accaparramenti, in particolare da parte della Cina, che riguardano anche il grano: si calcola che entro il 2022 Pechino si sarà aggiudicato il controllo di oltre il 50 per cento delle riserve mondiali, oltre al 60% di quelle del riso e il 69% del mais.
«Il prezzo della granella pone dei vincoli economici fortissimi e noi siamo deboli sul mercato internazionale - dice Francesco Giunta, professore associato di agronomia e coltivazioni erbacee all'Uniss - che si può permettere livelli produttivi notevolmente superiori ai nostri, molto più competitivi. Per cui trovi sul mercato 20-25 euro al quintale, un prezzo che in Sardegna non può ripagare i costi produttivi. Con la crisi energetica e bellica la situazione è peggiorata. Ad esempio il prezzo di un quintale di urea (un concime, ndc) è praticamente raddoppiato. È come un cane che si morde la coda, perché tutto ciò scoraggia la coltivazione e anche l'adozione di mezzi tecnici che potrebbero spingere a una migliore produzione, che resta poco competitiva. Altro fattore è il frazionamento delle superfici aziendali, che non favorisce il mercato». L'idea di sfruttare le terre incolte, che nell'isola abbondano, non ha sbocchi reali: «La coltivazione ormai si è spostata sulle aree più produttive. I 40 quintali per ettaro che si ricavano non possono fornire un margine di guadagno che invogli a seminare».©RIPRODUZIONE RISERVATA
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