L'infettivologo: «Gli anziani in ospedale solo se proprio necessario»
Il professor Babudieri: "Per loro l’esperienza in un reparto Covid è un incubo"
SASSARI. Sui vecchi, in questi anni così difficili, bisognerebbe apporre la scritta «Fragile, maneggiare con cura». Così come si fa per le cose più preziose che si possiede, e che andrebbero avvolte in una garza protettiva, fatta di parole e di affetto. «Non portate gli anziani in ospedale in questo periodo – avverte il professor Sergio Babudieri, responsabile del reparto di Malattie infettive dell’Aou di Sassari – o fatelo solo se è strettamente necessario. Ne ho visto troppi entrare sani, lucidi, autosufficienti, e poi o non uscirne proprio, oppure rientrare a casa che non si reggono più sulle proprie gambe, che hanno bisogno di tutto, che non sono più loro».
Purtroppo gli ottantenni stanno appesi su un filo sottilissimo, ed è facile spezzare l’equilibrio e precipitare da una vita ancora dignitosa. Quando cascano difficilmente si rialzeranno. Quanti anziani si sono persi dopo una banale caduta, una frattura al femore, e un ricovero prolungato in un reparto di Ortopedia? Perdere i propri riferimenti, la sicurezza domestica, le abitudini quotidiane, significa azzerare quasi del tutto gli stimoli. Ecco, il Covid amplifica questa desertificazione sensoriale.
«Prendiamo un anziano che arriva in ospedale per una patologia anche banale – dice Babudieri – questa patologia potrebbe magari essere gestita in maniera appropriata nella propria casa, col paziente seguito da un medico di base e assistito dai familiari. Invece viene portato al pronto soccorso, gli viene eseguito un tampone e risulta positivo. Il vecchietto finisce in isolamento all’interno di una stanza covid. A quel punto i suoi contatti col mondo si resettano di colpo. Forse non ha dimestichezza con un telefonino, non può comunicare con i propri cari. Non vede altri volti, ma solo persone bardate, dalla testa ai piedi. Non vede un sorriso, giusto gli occhi. E i medici purtroppo, durante questa emergenza pandemica, non hanno la possibilità di trascorrere tanto tempo con i malati. Ecco perché per un anziano, un ricovero prolungato in un reparto Covid diventa un’esperienza alienante».
Il covid per loro diventa un mondo troppo asettico per sopravviverci. Il dottor Antonio Pintus, che lavora nell’unità di Malattie infettive, nel suo profilo Facebook ha descritto questa fragilità con parole molto delicate: «Una delle cose che più mi ha colpito e mi fa tenerezza, sono le persone anziane che vengono ricoverate in reparto covid. Di colpo si trovano dalla quiete della loro casa, magari in qualche piccolo paesino della Sardegna, in una camera bianca e fredda, piena di luci, monitor, apparecchi che sembrano da fantascienza, in mezzo a persone vestite in tuta come astronauti, ti guardano smarrite e rassegnate, ti chiedono di farli tornare presto a casa. Poi gli chiedi se possono lasciarti il numero di telefono di un familiare e porgono a te il loro vecchio cellulare, modelli superati, che in epoca di smartphone e digitale non sai nemmeno più usare. Cerchi nelle rubrica e trovi quasi sempre solo tre o quattro numeri: figlio, figlia, quando ancora lo hanno il marito o la moglie, e in quei momenti ti guardi col collega e l'infermiere e la maschera e lo sguardo si annebbiano per un momento e ti smarrisci un po' anche tu».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
