La Nuova Sardegna

Il cinema ridà un’anima all’ex carcere di Sassari

di Fabio Canessa
Una scena del film Ariaferma
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Una scena del film Ariaferma

Ai David 11 nomination per “Ariaferma” di Di Costanzo con Servillo e Orlando

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SASSARI. Se è vero che nei film i luoghi sono protagonisti alla pari degli attori, anche Sassari si può considerare candidata al David di Donatello. Certo con un’unica, particolare location: l’ex carcere di San Sebastiano dov’è stato girato “Ariaferma”, il lungometraggio diretto da Leonardo Di Costanzo in corsa in ben undici categorie nella 67esima edizione degli Oscar del cinema italiano. In attesa di sapere come andrà - la cerimonia di premiazione è in programma il 3 maggio -, aver collezionato così tante nomination rappresenta già una bella soddisfazione per la produzione, il cast e la Sardegna Film Commission che ha sostenuto il progetto guidato dal regista campano. «Siamo molto contenti – racconta Di Costanzo – anche perché il film, pur essendo uscito a ottobre (dopo l’anteprima alla Mostra di Venezia), continua a vivere. Mi arrivano spesso messaggi di chi lo ha recuperato da casa o in proiezioni che ancora si stanno facendo in varie parti d’Italia. E cosa che mi fa molto piacere anche nelle carceri, nelle scuole di polizia penitenziaria e nei vari ambienti legati al mondo della giustizia».

Un film che alimenta il dibattito sul carcere, con un punto di vista particolare. Non un’opera sulle condizioni delle carceri italiane, ma secondo le idee del regista sull’assurdità del carcere. «Non sono un giudice, un filosofo del diritto o un criminologo, ma l’atto di chiudere una persona in gabbia è per me qualcosa di estremamente violento, la trovo una pratica medievale. Racconto delle storie e il carcere lo sento in questo modo: assurdo. Di certo così come è concepito è una fabbrica di nuova criminalità, c’è un tasso di recidiva altissimo». La storia raccontata da “Ariaferma” è comunque carica di speranza, di grande umanità. La vicenda si svolge in un carcere che sta per essere chiuso quando all’improvviso arriva un contrordine: un ristretto numero di detenuti, insieme ad alcuni agenti, deve restare ancora un po’ nella struttura in attesa che quella a loro destinata sia pronta. Si crea così un momento di sospensione dal quale emergono nuove forme di relazione. «Per preparare meglio il progetto – sottolinea Di Costanzo – abbiamo incontrato tante persone che si occupano di istituti penitenziari ed ex detenuti. Ho anche avuto la possibilità di visitare alcune carceri e molte cose presenti nel film le ho viste o mi sono state raccontate. Gli stessi personaggi sono ispirati a persone reali». Incontri dunque importanti per arrivare alle riprese che si svolte nell’autunno del 2020, in pieno secondo lockdown, con la scelta dell’ex carcere di San Sebastiano come location ideale. «Avevamo visto altre strutture, ma dopo la visita a Sassari ho capito che era il luogo giusto. Coincideva molto con l’idea che volevo dare del film, la creazione di una storia non strettamente legata al realismo e con qualcosa di romanzesco. San Sebastiano mi offriva questa possibilità, pur essendo stato un carcere attivo sino a pochi anni fa mi dava la sensazione di un castello un po’ abbandonato. Tante volte per raccontare al meglio la realtà devi andare verso la fantasia».

Ora per l’ottocentesca casa circondariale al centro della città si prospetta un futuro nuovo con un ampio progetto di riqualificazione. «La memoria secondo me va sempre mantenuta e per questo – sottolinea Di Costanzo – mi sembra buono come esempio da seguire quello dell’ex carcere Le Nuove di Torino. Con una parte pensata come cittadella giudiziaria, l’altra rimasta come museo. E spazi messi anche a disposizione delle produzioni cinematografiche». Il cinema che con “Ariaferma” ha fatto rivivere stanze, celle e corridoi dell’ex carcere di Sassari popolato per due mesi, il tempo dedicato alle riprese, da grandi attori come Toni Servillo e Silvio Orlando affiancati da interpreti non professionisti con i quali il regista campano è solito lavorare. «Si è creata una bellissima atmosfera, di grande collaborazione, empatia, circolazione di idee. Non è stata una barriera il fatto che ci fossero nel cast persone di provenienza ed esperienze diverse, al contrario questa diversità è stata fonte di curiosità e costruzione di una vera comunità. Replicando in qualche modo il soggetto del film».

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