Maria Lucia, il calcio è donna: la passione batte i pregiudizi

Ha vinto molti trofei, tra cui il Pallone e la Scarpa d’oro consegnata da Zico. Prima giocatrice brasiliana in serie A, è stata premiata come simbolo di resistenza

SASSARI. Giocava in mezzo ai maschi, dietro al pallone nei cortili, sotto casa, nei campetti di periferia. Lei e una manciata di altre bambine, attente a non farsi vedere «perché il calcio è roba da uomini e le donne devono fare altro». Le ricorda ancora benissimo, più di 50 anni dopo, le parole della mamma: era preoccupata per quella figlia, la penultima di dieci, che sognava di diventare una calciatrice. «Poi a un certo punto anche mia madre capì che certe passioni non si possono fermare e mi diede la sua benedizione: per me immaginava qualcosa di diverso ma voleva vedermi felice». E per Maria Lucia Alves Feitosa, oggi 61 anni, la felicità arrivò quando il papà di altre due ragazzine innamorate del pallone decise di formare una squadra femminile e le chiese di farne parte: «È partito tutto da lì, ancora la gente ci guardava con sospetto ma non dovevamo più nasconderci». Erano i primi anni ’70 e Maria Lucia lasciò il Brasile solo quindici anni più tardi: di mezzo una valanga di riconoscimenti, tra cui il Pallone d’oro e la Scarpa d’oro, consegnata da Zico allo stadio Maracanà di Rio de Janeiro. Una vita nel calcio, una vittoria contro i pregiudizi: con questa motivazione Maria Lucia, prima calciatrice brasiliana in serie A, ha ricevuto il premio “Donna al traguardo 2021-22” perché lei il suo traguardo l’ha tagliato e superato.

I sogni di una bambina. La vita e i sogni di Maria Lucia Alves Feitosa iniziano a Triunfo Pernambuco, cittadina al centro dello Stato di Pernambuco, nel nord est del Brasile. Nasce con la passione del pallone, diffusissima nel suo Paese ma non nella sua famiglia: «Da piccoli giocavamo tutti insieme, tra maschi e femmine eravamo 10, una squadra quasi al completo. Ma solo io ho fatto del calcio la mia professione, i miei fratelli e sorelle hanno preso altre strade». Maria Lucia era considerata un po’ come la pecora nera, perché «facevo quello che mi pareva. E anche se mia madre non era d’accordo che giocassi a pallone, io non ho mai rinunciato». Non è stato semplice: «A quei tempi, quando ero bambina, il calcio era un mondo esclusivamente al maschile. Era inconcepibile vedere delle femmine in campo. Infatti io e poche altre giocavamo di nascosto e chi ci vedeva ci prendeva in giro. Ho subito tante offese e tante discriminazioni, da piccola come da grande. La situazione è migliorata per fortuna, il calcio femminile è riuscito a conquistare un suo spazio ma che fatica». E ora che finalmente la Figc apre al professionismo anche per le donne – che saranno equiparate contrattualmnte agli uomini e avranno compensi minimi, tutele sanitarie e pensionistiche – il pensiero va alla pioniere come Maria Lucia che alla loro passione non hanno mai rinunciato: «Siamo andate avanti con coraggio e tenacia, nonostante gli insulti».

Il successo in Brasile. Ma nel caso di Maria Lucia grande merito va anche a un padre lungimirante che di fronte all’insistenza delle sue figlie ha deciso di formare una squadra. «Così sono iniziati i tornei, le competizioni, altre ragazze si sono fatte avanti, si è creato un micromondo parallelo a quello maschile». Nel quale Maria Lucia Alves si è fatta notare subito: maglia numero 10, in campo brillava per fantasia e guizzi capaci di lasciare a bocca aperta le avversarie. Un talento che l’ha portata in Nazionale dopo una lunga gavetta, decine di coppe con vari club e premi come migliore giocatrice. E con la Nazionale brasiliana Maria Lucia Alves Feitosa è sbarcata in Italia «la mia nuova casa».

L’arrivo in Italia. Era il 1986, la Alves aveva 26 anni quando per la prima volta arrivò in Italia per partecipare a un torneo delle nazioni. «Andammo a Jesolo, ricordo bene l’emozione dell’esordio – racconta – e ricordo anche che mi colpì il calcio delle italiane, più fisico e duro del nostro». Maria Lucia vinse il titolo di seconda migliore giocatrice del torneo e il presidente del Trani decise di inserirla nella rosa della squadra: la Alves fu la prima giocatrice brasiliana della serie A italiana, ma anche la prima brasiliana in Europa. Dopo due anni al Trani, il trasferimento a Napoli «in varie squadre sempre in serie A». Maria Lucia mantenne il ruolo, la maglia numero 10 e le caratteristiche del suo gioco: «Ho preso tante botte in campo, proprio perché il calcio italiano è molto più aggressivo di quello brasiliano e si fanno molti più falli. Anche oggi è così: si va a caccia dei tre punti, dalle mie parti invece badiamo di più al bel gioco, allo spettacolo». Dopo la Campania, la nuova chiamata arriva dalla Sardegna e l’obiettivo è ambizioso: «Il Flumini è in serie C e vuole conquistare la B. Ci proviamo e ci riusciamo». Poi arriva la Delfino Cagliari, al tempo in serie A nel campionato di calcio a 11. A 41 anni Maria Lucia toglie le scarpette ma non lascia il calcio, e soprattutto la Sardegna. Si trasferisce a San Sperate e frequenta «i corsi per diventare allenatrice di calcio a 5 e a 11. Da diversi anni guido le ragazze dell’Arzachena 2015 nel campionato di A2».

La reunion in Brasile. A dicembre dello scorso anno Maria Lucia Alves torna a casa. È in Brasile come ospite d’onore alla manifestazione organizzata a Rio dalla Confederazione del calcio per celebrare le pioniere del calcio femminile. Ritrova vecchie compagne con cui ha iniziato e con le quali ha affrontato le stesse difficoltà. «In comune abbiamo più di 30 anni nel calcio e la partecipazione al mondiale sperimentale in Cina nel 1988 e a quello del 1991. È stata una bella festa di sport e di amicizia in cui ho provato orgoglio e pensato che tornando indietro rifarei le stesse scelte».

Donna al traguardo. Il calcio declinato al femminile non è però roba da ricchi: tra un paio d’anni la situazione potrebbe cambiare ma per ora dal pallone non si vive di rendita. «Ho guadagnato abbastanza – dice Maria Lucia – ma nemmeno un decimo dei colleghi uomini. E da 20 anni faccio un altro lavoro: massoterapista al Forte Village di Santa Margherita di Pula». Proprio da lì parte la segnalazione al premio “Donne al traguardo” assegnato dall’associazione impegnata nella tutela delle vittime di violenza. È il manager Francesco Pili a fare il nome di Maria Lucia Alves: la giuria la sceglie come esempio di “resistenza al femminile”. «Un onore che voglio condividere con tutte le donne che hanno un sogno, una passione. Non mollate, il traguardo è lì che vi aspetta».

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