La Nuova Sardegna

a tu per tu

Maria Lucia, il calcio è donna: la passione batte i pregiudizi

di Silvia Sanna
Maria Lucia, il calcio è donna: la passione batte i pregiudizi

Ha vinto molti trofei, tra cui il Pallone e la Scarpa d’oro consegnata da Zico. Prima giocatrice brasiliana in serie A, è stata premiata come simbolo di resistenza

5 MINUTI DI LETTURA





[[atex:gelocal:la-nuova-sardegna:site:1.41405739:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.lanuovasardegna.it/image/contentid/policy:1.41405739:1654683614/image/image.jpg?f=libero&$p$f=4cc60c5]]

SASSARI. Giocava in mezzo ai maschi, dietro al pallone nei cortili, sotto casa, nei campetti di periferia. Lei e una manciata di altre bambine, attente a non farsi vedere «perché il calcio è roba da uomini e le donne devono fare altro». Le ricorda ancora benissimo, più di 50 anni dopo, le parole della mamma: era preoccupata per quella figlia, la penultima di dieci, che sognava di diventare una calciatrice. «Poi a un certo punto anche mia madre capì che certe passioni non si possono fermare e mi diede la sua benedizione: per me immaginava qualcosa di diverso ma voleva vedermi felice». E per Maria Lucia Alves Feitosa, oggi 61 anni, la felicità arrivò quando il papà di altre due ragazzine innamorate del pallone decise di formare una squadra femminile e le chiese di farne parte: «È partito tutto da lì, ancora la gente ci guardava con sospetto ma non dovevamo più nasconderci». Erano i primi anni ’70 e Maria Lucia lasciò il Brasile solo quindici anni più tardi: di mezzo una valanga di riconoscimenti, tra cui il Pallone d’oro e la Scarpa d’oro, consegnata da Zico allo stadio Maracanà di Rio de Janeiro. Una vita nel calcio, una vittoria contro i pregiudizi: con questa motivazione Maria Lucia, prima calciatrice brasiliana in serie A, ha ricevuto il premio “Donna al traguardo 2021-22” perché lei il suo traguardo l’ha tagliato e superato.

I sogni di una bambina. La vita e i sogni di Maria Lucia Alves Feitosa iniziano a Triunfo Pernambuco, cittadina al centro dello Stato di Pernambuco, nel nord est del Brasile. Nasce con la passione del pallone, diffusissima nel suo Paese ma non nella sua famiglia: «Da piccoli giocavamo tutti insieme, tra maschi e femmine eravamo 10, una squadra quasi al completo. Ma solo io ho fatto del calcio la mia professione, i miei fratelli e sorelle hanno preso altre strade». Maria Lucia era considerata un po’ come la pecora nera, perché «facevo quello che mi pareva. E anche se mia madre non era d’accordo che giocassi a pallone, io non ho mai rinunciato». Non è stato semplice: «A quei tempi, quando ero bambina, il calcio era un mondo esclusivamente al maschile. Era inconcepibile vedere delle femmine in campo. Infatti io e poche altre giocavamo di nascosto e chi ci vedeva ci prendeva in giro. Ho subito tante offese e tante discriminazioni, da piccola come da grande. La situazione è migliorata per fortuna, il calcio femminile è riuscito a conquistare un suo spazio ma che fatica». E ora che finalmente la Figc apre al professionismo anche per le donne – che saranno equiparate contrattualmnte agli uomini e avranno compensi minimi, tutele sanitarie e pensionistiche – il pensiero va alla pioniere come Maria Lucia che alla loro passione non hanno mai rinunciato: «Siamo andate avanti con coraggio e tenacia, nonostante gli insulti».

Il successo in Brasile. Ma nel caso di Maria Lucia grande merito va anche a un padre lungimirante che di fronte all’insistenza delle sue figlie ha deciso di formare una squadra. «Così sono iniziati i tornei, le competizioni, altre ragazze si sono fatte avanti, si è creato un micromondo parallelo a quello maschile». Nel quale Maria Lucia Alves si è fatta notare subito: maglia numero 10, in campo brillava per fantasia e guizzi capaci di lasciare a bocca aperta le avversarie. Un talento che l’ha portata in Nazionale dopo una lunga gavetta, decine di coppe con vari club e premi come migliore giocatrice. E con la Nazionale brasiliana Maria Lucia Alves Feitosa è sbarcata in Italia «la mia nuova casa».

L’arrivo in Italia. Era il 1986, la Alves aveva 26 anni quando per la prima volta arrivò in Italia per partecipare a un torneo delle nazioni. «Andammo a Jesolo, ricordo bene l’emozione dell’esordio – racconta – e ricordo anche che mi colpì il calcio delle italiane, più fisico e duro del nostro». Maria Lucia vinse il titolo di seconda migliore giocatrice del torneo e il presidente del Trani decise di inserirla nella rosa della squadra: la Alves fu la prima giocatrice brasiliana della serie A italiana, ma anche la prima brasiliana in Europa. Dopo due anni al Trani, il trasferimento a Napoli «in varie squadre sempre in serie A». Maria Lucia mantenne il ruolo, la maglia numero 10 e le caratteristiche del suo gioco: «Ho preso tante botte in campo, proprio perché il calcio italiano è molto più aggressivo di quello brasiliano e si fanno molti più falli. Anche oggi è così: si va a caccia dei tre punti, dalle mie parti invece badiamo di più al bel gioco, allo spettacolo». Dopo la Campania, la nuova chiamata arriva dalla Sardegna e l’obiettivo è ambizioso: «Il Flumini è in serie C e vuole conquistare la B. Ci proviamo e ci riusciamo». Poi arriva la Delfino Cagliari, al tempo in serie A nel campionato di calcio a 11. A 41 anni Maria Lucia toglie le scarpette ma non lascia il calcio, e soprattutto la Sardegna. Si trasferisce a San Sperate e frequenta «i corsi per diventare allenatrice di calcio a 5 e a 11. Da diversi anni guido le ragazze dell’Arzachena 2015 nel campionato di A2».

La reunion in Brasile. A dicembre dello scorso anno Maria Lucia Alves torna a casa. È in Brasile come ospite d’onore alla manifestazione organizzata a Rio dalla Confederazione del calcio per celebrare le pioniere del calcio femminile. Ritrova vecchie compagne con cui ha iniziato e con le quali ha affrontato le stesse difficoltà. «In comune abbiamo più di 30 anni nel calcio e la partecipazione al mondiale sperimentale in Cina nel 1988 e a quello del 1991. È stata una bella festa di sport e di amicizia in cui ho provato orgoglio e pensato che tornando indietro rifarei le stesse scelte».

Donna al traguardo. Il calcio declinato al femminile non è però roba da ricchi: tra un paio d’anni la situazione potrebbe cambiare ma per ora dal pallone non si vive di rendita. «Ho guadagnato abbastanza – dice Maria Lucia – ma nemmeno un decimo dei colleghi uomini. E da 20 anni faccio un altro lavoro: massoterapista al Forte Village di Santa Margherita di Pula». Proprio da lì parte la segnalazione al premio “Donne al traguardo” assegnato dall’associazione impegnata nella tutela delle vittime di violenza. È il manager Francesco Pili a fare il nome di Maria Lucia Alves: la giuria la sceglie come esempio di “resistenza al femminile”. «Un onore che voglio condividere con tutte le donne che hanno un sogno, una passione. Non mollate, il traguardo è lì che vi aspetta».

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Operazione Golden mole

Assalto ai lingotti d’oro, la banda era in partenza ma un funerale in paese fece saltare il colpo – Il retroscena

Le nostre iniziative