Emergenza cavallette: «Bombardare dal cielo? Meglio arare tutti i campi»
L’entomologo Ignazio Floris (Uniss) coordina il programma di contrasto
SASSARI. Aerei ed elicotteri militari che sorvolano i territori e sparano insetticida. Sembrano scene di altre epoche, roba da seconda guerra mondiale. In alcuni paesi non europei che si affacciano sul Mediterraneo e in altre nazioni africane o asiatiche la risposta all’invasione delle cavallette si combatte dal cielo, «ma siamo sicuri che un intervento a tappeto di quel tipo, sui nostri territori, sarebbe accettato?». A porre la domanda è il professor Ignazio Floris, entomologo alla Facoltà di Agraria dell’Università di Sassari e coordinatore del programma scientifico di studio e contrasto alle cavallette che stanno devastando soprattutto i campi del Marghine e dell’Alto Oristanese.
Di fronte all’avanzata e di fronte al mondo delle campagne che chiede soccorso risponde così: «Stiamo facendo tantissimo, coi mezzi che abbiamo a disposizione non era possibile fare meglio. Capisco lo sconforto degli agricoltori, ma vi assicuro che il piano di Laore che si è avvalso della collaborazione di noi specialisti è stato quanto di meglio la Regione potesse mettere in campo». Non è però un’alzata di braccia in segno di resa né una bandiera bianca sollevata di fronte alla moltitudine marroncina che si sta divorando i campi. «Ora siamo in piena emergenza e lanciare allarmi è una reazione spontanea, ma tutto il problema va affrontato e spiegato con un approccio scientifico – prosegue Ignazio Floris –. Questo è almeno il terzo anno con gradazione importante della presenza delle cavallette, con tutta probabilità, è stato raggiunto il picco proprio ora». Subito dopo questa prima analisi, spiega quali sono state le azioni per fronteggiare l’avanzata: «Abbiamo fatto ben 440 interventi mirati sui focolai, il che vuol dire che abbiamo eliminato qualche miliardo di cavallette. Abbiamo utilizzato l’unico prodotto autorizzato in Italia, un insetticida per gli ambienti civili, persino per gli ospedali. Abbiamo agito in modo mirato e siamo intervenuti sui focolai distribuiti in circa duecento ettari».
È chiaro prima di tutto agli scienziati che non è una copertura totale, in aree vaste 50mila ettari e dal microclima assai favorevole quali sono la piana di Ottana e le zone confinanti. Eppure quei duecento ettari non vanno intesi come un fazzoletto di terra, proprio perché gli interventi sono stati mirati. E, peraltro, non sempre ben accetti. Problema non secondario. «Non è stata un’operazione semplice – spiega Ignazio Floris –. Prima di tutto bisogna fare i conti con le norme che consentono l’utilizzo di quell’insetticida, poi ci siamo scontrati con altri problemi che sono insorti una volta che venivano state stabilite le linee guida della campagna di contrasto al fenomeno».
Il primo problema è legato al fatto che la maggior parte di quei terreni è abbandonata, non ha un proprietario e su quelli non si è potuto intervenire. Poi sono state saltate a pie’ pari tutte le aziende di agricoltura biologica, all’interno delle quali non possono essere usati insetticidi, perché altrimenti i loro prodotti perdono la certificazione. «E ancora molti allevatori non hanno consentito alle squadre di agire sui loro terreni – spiega Ignazio Floris – perché temevano delle ricadute negative sul bestiame o sulla produzione di latte. Abbiamo provato a spiegare che non c’è pericolo, ma tanti hanno rifiutato il trattamento sui loro campi». Poi l’amara considerazione: «Tutto ciò è un effetto dello spopolamento e della fuga dalle campagne. La prima arma di prevenzione è l’aratura dei terreni, ma se quei terreni sono incolti o se i proprietari non arano perché rovinerebbero il pascolo, ecco che si crea il luogo ideale e le cavallette se ne impossessano». L’altra arma è la guerra dal cielo e alla memoria tornano le grandi campagne contro la malaria. Ma sarebbero ancora oggi accettate, se anche le leggi lo consentissero?
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
