Mesa Noa, l’emporio autogestito che sfida i discount con la qualità
Il caso a Cagliari. I 270 soci devono lavorare tre ore al mese in negozio e decidono cosa comprare e vendere. I principi: filiera ecosostenibile, solo prodotti locali provenienti da piccole aziende conosciute
SASSARI. Il nome, Mesa Noa, significa “Nuova Tavola”, ed è una ambiziosa sfida alla spesa frettolosa da scaffale, all’offerta volantino, al tre per due, alla qualità spicciola della grande distribuzione. Ha aperto dal 2020 nel quartiere di Mulinu Becciu a Cagliari, ed è il primo e unico emporio autogestito in Sardegna, una cooperativa di comunità sul modello delle food coop newyorkesi. Raccoglie 270 soci, che hanno due semplici obblighi: il primo è di versare una quota di partecipazione di 125 euro, il secondo è di offrire tre ore di lavoro gratuite ogni mese. Magari alla cassa, o accogliendo i clienti, o sistemando la merce negli scaffali, o per la contabilità.
Una sorta di supermercato condiviso, un modello di vendita sostenibile, ma soprattutto di innovazione sociale ed economica, che nasce dal basso, che diventa un luogo di scambio di idee, di dibattito, e di iniziative culturali. Una Factory del cibo di qualità, dell’ecosostenibile, del chilometro zero e dell’equosolidale.
A lanciare la sfida, nel 2019, è stata Tiziana Diana, ora presidentessa della cooperativa Mesa Noa Food Coop: «Nella mia vita ho fatto diversi lavori, e avvertivo una forte insoddisfazione personale. Così ho cominciato a cercare progettualità nuove e mi sono imbattuta in Italia che Cambia. Ho trovato gli stimoli giusti, realtà imprenditoriali controcorrente, ed è in quest’ambiente che è nata l’idea: assieme ad altri 58 soci abbiamo provato a metterci in gioco». Il progetto partecipa al bando Cambiamenti, e viene sovvenzionato con 40mila euro per il versante innovazione sociale. «I soci sono gestori e acquirenti dei prodotti. L’emporio per il 70 per cento è rivolto a loro. E sono gli stessi soci a decidere cosa vendere. In linea di principio, le regole condivise sono queste: i prodotti devono essere locali, quindi sardi, e devono essere di qualità. Poi devono provenire da filiere biologiche, quindi da agricoltura sinergica, biodinamica, insomma da una produzione econosostenibile. E con i fornitori dobbiamo avere un rapporto diretto. Dobbiamo conoscerli personalmente, sapere come lavorano, e quindi visitiamo periodicamente le loro aziende. Sono i soci stessi a gestire i rapporti con i produttori».
La difficoltà più grande, per un approccio così innovativo, sono naturalmente i prezzi. Perché la qualità si paga, e questo è un binomio che difficilmente viene digerito bene dalla clientela. «Si fa ancora fatica a far capire il reale valore della qualità dei prodotti. Purtroppo continua a prevalere la cultura del discount – spiega Tiziana Diana – invece se tu lavori in un certo modo, il tuo lavoro merita una giusta remunerazione. Faccio un esempio: la passata di pomodoro che noi vendiamo, costa tre volte tanto rispetto a un normale supermercato. Ma anche la qualità che c’è dietro è tre volte tanto. Perché hai un prodotto locale, genuino, coltivato biologicamente. È un approccio che i nostri soci hanno ormai interiorizzato, ma la grande sfida è sensibilizzare le persone verso un consumo più consapevole e attento, in modo da avere una platea di acquirenti ancora più ampia».
L’emporio infatti è aperto in minima parte anche agli esterni, che diventano dei “soci in prova”. Ma non tutti sono disposti a spendere così tanto per riempire il carrello, tanto è vero che il bilancio della coop, che non ha fini di lucro, al momento è ancora in rosso. Ma Tiziana e gli altri soci credono nelle potenzialità del progetto, e portano avanti le loro linee guida in maniera tenace, con pochissimi compromessi: «I latticini e i formaggi provengono da piccole aziende locali, con capi di allevamento alimentati con cibi naturali. Facciamo riferimento a un caseificio di Desulo, a un altro di Musei. E la parola d’ordine è sostenibilità. Ad esempio per il latte fresco, i budini e lo yogurt abbiamo il vuoto a rendere. I prodotti che vanno di più, oltre i formaggi, sono anche le birre artigianali, come quella di Tertenia. Ma visto il prezzo al litro non sempre abbordabile, negli scaffali abbiamo anche le bottiglie di Ichnusa. La pasta, prodotta da un corsorzio sardo, costa 1 euro e 10 al chilo. Poi abbiamo il riso sardo, il caffè e le tisane del mercato solidale, le conserve e le marmellate sarde, i sughi, e gli avocado ogliastrini, che vanno a ruba. Stiamo puntando molto sullo sfuso, sia alimentare che sui prodotti per la cura della casa e della persona, anche su questo versante rivolgendoci principalmente a una produzione locale».
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