Nell’isola il 56% di medici obiettori: il diritto all’aborto non è garantito
L’applicazione della legge 194/78: le criticità nel focus del Ministero
Sassari Interrompere volontariamente una gravidanza è un diritto in Italia da 44 anni ma non sempre viene garantito: tanti, troppi i medici obiettori di coscienza che dicono no alle legittime e insindacabili richieste di una donna. Succede allora che la donna si trovi suo malgrado di fronte a un bivio: rinunciare ad abortire oppure farlo da un’altra parte, lontano da casa. Il report del ministero della Salute sullo stato di attuazione della legge 194/78 evidenzia una situazione critica in tutto il territorio nazionale, con una media di oltre 6 ginecologi su 10 che hanno presentato obiezione di coscienza ma anche casi estremi di ospedali in cui non è possibile abortire.
In Sardegna rispetto alla media si registra una percentuale superiore di anestesisti-obiettori: sono il 49,7% a fronte del 44, dunque uno su due. Ancora più alta la percentuale di medici obiettori: sono quasi il 56% per cento del totale, con numeri in crescita nell’ultimo anno e conseguente sovraccarico di lavoro per i non obiettori. Un quadro critico che ha spinto il ministro Roberto Speranza a fare un appello alle Regioni: «L’organizzazione dei servizi Ivg deve prevedere un numero di figure professionali sufficiente a garantire alle donne la possibilità di accedere all’interruzione volontaria di gravidanza, come indicato nell’articolo 9 della legge 194. Questo dovrebbe essere garantito dalle Regioni, per tutelare il libero esercizio dei diritti sessuali e riproduttivi delle donne e minimizzare l’impatto dell’obiezione di coscienza nell’esercizio di questo diritto». Ecco i numeri: nell’ultimo anno sono state 66.413 le donne che in Italia hanno volontariamente interrotto una gravidanza, 1393 in Sardegna. Dati in calo rispetto agli ultimi anni grazie alla maggiore diffusione dei contraccettivi di emergenza (pillola dei 5 giorni dopo e del giorno dopo) per acquistare i quali non è più necessaria la prescrizione medica.
Le strutture in Sardegna Sono 22 i reparti di ostetricia e ginecologia operativi nell’isola ma solo in 14 strutture le donne hanno la possibilità di interrompere una gravidanza. E se in tutte è garantita (al netto degli obiettori di coscienza) l’interruzione con intervento chirurgico, solo in poche è possibile abortire con i farmaci o attraverso l’interruzione terapeutica di gravidanza.
Ivg nell’isola Ed è legata almeno in parte a questa limitazione, l’altissima percentuale di donne che in Sardegna effettua l’Ivg chirurgica attraverso il raschiamento: il 30,4% del totale a fronte dell’8,6 di media nazionale. La procedura è più rischiosa e può essere causa di complicanze come emorragie nella cavità addominale e perforazione dell’utero, per fortuna poco frequenti. La tecnica chirurgica è però una scelta obbligata se l’interruzione di gravidanza avviene dopo la nona e non oltre la tredicesima settimana di gestazione. Il dato del 30% si ricollega anche ad un’altra caratteristica tutta sarda, cioè all’età mediamente più alta delle mamme in attesa e alla scoperta di malformazioni o patologie a carico del feto che spingono a maturare la delicata e sofferta decisione di abortire. Infatti in Sardegna la percentuale di donne che interrompe la gravidanza dopo la dodicesima settimana supera il 12 per certo, più alta della media nazionale , e si lega agli esiti sfavorevoli di indagini prenatali.
Donne con la valigia Nell’isola è più alta anche la percentuale di donne che deve spostarsi dalla propria provincia di residenza per esercitare il suo diritto ad abortire. Si tratta di quasi il 20%, costrette a trasferirsi in un altro ospedale, mentre il 2,1% secondo le ultime statistiche ha scelto di affidarsi a una struttura sanitaria fuori Regione. Tra le 1393 donne, 1194 sono italiane o sarde residenti in Sardegna e l’82% si è rivolta a un ospedale pubblico, solo il 18% a una struttura convenzionata. Nessuna a una struttura privata, dove l’aborto è a pagamento con un costo variabile tra i 2 e i 3mila euro.
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