Nuovo sospetto sull’unico indagato: rogo appiccato per celare le prove?
Ha un nome l’uomo che avrebbe provocato l’incidente e nascosto il cadavere: è Fabiano Mario Saba, sassarese di 49 anni, compagno di lavoro della vittima
Sassari Dodici giorni dopo aver provocato la morte del collega di lavoro Antonio Masia con un mezzo meccanico e poi occultato il suo cadavere sotto alcuni sacchi di plastica, sarebbe tornato all’interno dello stabilimento Gesam - in un giorno in cui non era in servizio - e per far sparire le prove e allontanare da sé i sospetti avrebbe dato fuoco all’impianto di Truncu Reale, provocando un maxi rogo, spento solo dopo alcuni giorni di lotta con le fiamme da parte dei vigili del fuoco.
Deve rispondere anche di incendio doloso aggravato e inquinamento ambientale, oltre che di omicidio colposo e occultamento di cadavere, Fabiano Mario Saba, sassarese di 49 anni, operaio della Gesam, unico iscritto nel registro degli indagati da parte della Procura della Repubblica di Sassari per l’inchiesta sulla morte del responsabile del “settore cernita” dell’impianto di smaltimento dei rifiuti distrutto dalle fiamme il 6 agosto, trovato senza vita all’interno dello stabilimento alle porte di Sassari la sera del 25 luglio, dopo che la moglie lo aveva cercato al telefono per tutto il pomeriggio.
A lui gli agenti della squadra mobile della questura di Sassari sarebbero arrivati dopo aver sequestrato diverso materiale nelle primissime fasi delle indagini e acquisito immagini e video del sistema di videosorveglianza ritenute di «sicuro rilievo investigativo». La notizia della sua iscrizione nel fascicolo d’indagine ha lasciato senza parole la moglie e le due figlie dell’operaio morto. In una piccola azienda come la Gesam, con 35 dipendenti, ci si conosce tutti e spesso ci si frequenta anche fuori dal lavoro. Era il caso anche di Antonio Masia e sua moglie Rita Coco (che in passato aveva lei stessa lavorato per la Gesam) e di Fabiano Mario Saba. Proprio per questo ora la vedova dell’operaio e le figlie Marina e Antonella chiedono che venga fatta piena luce sulla vicenda. Che venga chiarito bene il ruolo di quel collega di Antonio che in passato avevano frequentato in amicizia. L’uomo, attraverso il suo legale respinge le accuse e si dice pronto spiegare bene la sua posizione. Qualche risposta potrebbe arrivare dall’incidente probatorio fissato dal sostituto procuratore Maria Paola Asara per analizzare le memorie dei telefoni cellulari di tutti i dipendenti della Gesam, messi sotto sequestro proprio poche ore prima che si scatenasse l’incendio all’interno dell’azienda. L’incarico verrà conferito a due consulenti tecnici, Giovanni Saba e Marco Parlonino, mercoledì prossimo in Procura. Intanto sono attesi anche gli esiti degli accertamenti biologici affidati al Servizio polizia scientifica di Roma sugli abiti da lavoro che indossava Antonio Masia al momento dell’incidente e altri oggetti sequestrati in azienda. Erano stati gli agenti della squadra mobile, pochi giorni dopo l’esito dell’autopsia che aveva escluso che Masia fosse morto per un malore, a recarsi alla Gesam con un mandato di perquisizione urgente. La loro visita aveva creato scompiglio e preoccupazione. Poche ore dopo si era sviluppato l’incendio. Un rogo gigantesco che aveva costretto il sindaco di Sassari Nanni Campus a emettere un’ordinanza per invitare i cittadini a tenere chiuse le finestre per non respirare il fumo tossico che si era diretto verso alcuni quartieri della città. Oltre cento vigili del fuoco erano stati impegnati per spegnere le fiamme con turni continui per rendere sopportabile lo stress di lavorare a temperature altissime e con un’attrezzatura di venti chili addosso. Se verrà provata la sua responsabilità, l’operaio indagato dovrà rispondere anche di inquinamento ambientale.
Il 25 luglio scorso Antonio Masia era entrato a lavoro alle sei del mattino e avrebbe dovuto lavorare fino alle 14, ma purtroppo non è mai tornato a casa. «Inizialmente non ero preoccupata - racconta la moglie - poi con il passare delle ore avevo capito che era capitato qualcosa di brutto. Prima di andare a cercarlo con mia figlia Antonella - prosegue Rita Coco - avevo provato a chiamarlo, ma non mi hai mai risposto». Nel telefono dell’operaio restituito inizialmente alla famiglia e poi sequestrato dalla Procura erano state trovate 61 chiamate perse, proprio quelle della moglie. «Antonio mi avevav sempre richiamata subito - spiega la moglie Rita - non mi avrebbe mai fatta preoccupare». La sua morte era stata inizialmente archiviata come un fatto naturale e il suo corpo era stato restituito subito ai familiari e poi improvvisamente portato via dalla villetta di Bancali durante la veglia funebre. Anche su questi aspetti, ancora poco chiari, l’avvocato Daniele Alicicco nominato dalla famiglia, chiederà che venga fatta chiarezza. «Mio padre era un uomo buono - lo ricorda la figlia Antonella - e un grande lavoratore. Non meritava di fare questa fine, chiediamo giustizia».
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