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Energia

La Sardegna diventa un laboratorio per la produzione di biocarburanti

Giuseppe Centore
La Sardegna diventa un laboratorio per la produzione di biocarburanti

Gli esperti di Eni a Marrubiu per presentare il progetto destinato all’Africa

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Marrubiu Dimenticatevi le polemiche sul bioetanolo, additivo efficace sulle benzine, in molti casi sua componente principe, ricavato dalla fermentazione della canna da zucchero e mais. Sino a pochi anni fa dominava la scena dei carburanti alternativi. Proprio la coltivazione dual-use, alimentare e industriale è stata all’origine del polemiche. Come non vedere nella produzione di etanolo il ricco occidente che coltiva nelle aree più povere del mondo il carburante che serve alle sue attività senza restituire nulla a quei territori, anzi facendo esplodere il prezzo dei cereali nelle zone del terzo mondo? Anche perchè il bioetanolo costava sino a pochi anni fa un terzo in meno di un litro di benzina e inquinava, per la sola parte del motore, il 70 per cento in meno. Le tecnologie applicate alla ricerca agricola, i processi di raffinazione sempre più moderni, la ricerca di colture sostenibili, e da ultimo la crisi energetica hanno portato l’Unione Europea ad accelerare diversi progetti del biofuel in aree non coltivate o a basso uso. L’Ue e i governi indicano gli obiettivi, spetta poi alle aziende applicare le pratiche per realizzarli.

In Italia ruolo primario anche su questo tema è di Eni. La società del cane a sei zampe ha due raffinerie a Gela e Marghera che trattano oggi 1,1 milioni di tonnellate di olii vegetali, tra cui anche olio di palma. Ma nel 2023 il ricorso a quest’olio verrà abbandonato per puntare su altri olii. Obiettivo, arrivare nel 2035 a una capacità di raffinazione di 6 milioni di tonnellate annue. L’Africa, dove Eni c’è da sempre, è il teatro di questa sfida. E la Sardegna il luogo scelto per lo sviluppo di progetti di ricerca e coltivazione di piante oleaginose per la produzione di biocarburanti da destinare alle due raffinerie. Lo scorso dicembre Eni e Bonifiche Ferraresi, la più grande azienda del paese per superficie agricola utilizzata, hanno siglato una intesa per ottenere sementi migliorate e tecniche agronomiche sviluppando un modello da esportare in Africa. L’area dove il progetto si sta realizzando è a Marrubiu, una quindicina di ettari speciali. I test sono fatti in Sardegna perchè è una zona definibile simil-arida, con caratteristiche vicine a quelle di molti centri africani, praticamente senza uso di irrigazioni artificiali.

Le piantine vengono testate per specie, tipologia, varietà, qualità.Le coltivazioni, monitorate anche con droni, riguardano ricino, camelina, girasole, mostarda marron, rafano, lino, crotalaria e senape bianca, in aree definite e controllate. La fase della raccolta avviene con una moderna macchina, gigantesca, made in Germany. È una Deutz Fahr c9306, una mietitrebbia combinata, prezzo di mercato almeno 200mila euro. La semina invece con un trattore dedicato che prepara il terreno. Certo, queste macchine non sono quelle che ci sono, quando ci sono, in Africa, ma il test è fatto per verificare la risposta dei semi ai terreni aridi. I test riguardano anche la diversa risposte delle piantine alla irrigazione e alle piogge naturali, quando ci sono, e il tipo di resa per ettaro. Moltiplicare questi volumi per centinaia di migliaia di volte fornisce le dimensioni del progetto africano. Per Luigi Scordamaglia, ad di Agry-Energy, la Joint Venture paritetica di Eni e BF «la Sardegna è diventata un laboratorio a cielo aperto. Con Eni stiamo portando avanti test e sperimentazioni su particolari sementi, coltivando 30 varietà di specie oleaginose. Mettiamo in pratica tecnologie all’avanguardia con metodi di agricoltura di precisione. Studiamo come rendere la produzione più sostenibile, con metodi a basso impatto carbonico». Ieri Eni ha portato un primo gruppo di esperti, europei ed africani, a vedere il “laboratorio”. A riprova che la crisi energetica ha prodotto una forte accelerata ai progetti sui biocarburanti, il fatto che i progetti in Congo e Kenya sono stati avviati tra novembre e dicembre 2021. Questi prevedono il coinvolgimento sia di agricoltori locali che di grandi aziende e comunità, impegnati in aree non coltivate o abbandonate, dove già adesso sono attivi agri-hub, con una capacità, nel caso del Kenya di 30mila tonnellate al 2023.

CONGO. Il memorandum tra Congo ed Eni prevede sia la coltivazione dei semi destinati alle bioraffinerie Eni, che di biofertilizzanti per gli agricoltori locali. La prima produzione di olio sarà garantita dalla coltivazione del ricino ed è attesa nel 2023, con la realizzazione di un agri-hub con una capacità di 20mila tonnellate. Nelle fasi successive verrà promossa la coltivazione di altre colture, come il cartamo e la brassica, sempre a basso impatto che secondo Eni ben si adattano ai sistemi agricoli consolidati del Congo, con una vasta disponibilità di meccanizzazione. Il progetto prevede come obiettivo asl 2030 una produzione massima di 250mila tonnellate anno di sementi. KENYA. Più avanzato il progetto del Kenya, dove oltre alla coltivazione si svolge, sempre d’intesa col governo, la raccolta di olii esausti, studiando anche la conversione di una raffineria tradizionale in bioraffineria, e la lavorazione della cellulosa in bioetanolo. Il Kenya è una delle economie più sviluppate dell’Africa subsahariana, con il settore agricolo presente nelle produzioni nazionali per un terzo del Pil. Eni è presente in Kenya dal 2013. Oltre il 75 per cento dei 43 milioni di abitanti del Kenya vive nelle zone rurali, dove l’agricoltura impiega la metà della forza lavoro complessiva. La produzione agricola, precisano i tecnici di Eni si estende su vaste aree aride ed è portata avanti da piccoli agricoltori, di fatto monofamiliari che seguono appezzamenti da un ettaro di media l’uno, capaci solo di fornire prodotti per i mercati locali in grado di sfamare la famiglia coinvolta. La bassa produttività e le scarse opportunità di accesso al mercato sono tra i principali problemi dei piccoli produttori. Metterli insieme e farli lavorare su aree incolte o a rotazione su progetti definiti sarebbe già un passo in avanti. Il memorandum firmato nel luglio del 2021 tra Eni e governo del Kenya prevede uno studio per la valorizzazione dei rifiuti e scarti come l’olio da cucina esausto per sviluppo agricolo, la conversione di una raffineria tradizionale in bioraffineria e la realizzazione di un impianto di etanolo cellulosico. La prima produzione di olio, attesa entro quest’anno, sarà garantita dalla coltivazione del ricino anche in questo caso dalla raccolta del croton, estratto dalle noci di un albero spontaneo molto diffuso in paese e dalla valorizzazione dei coprodotti dell’industria locale del cotone. Saranno coinvolte circa 25mila famiglie di agricoltori, con una produzione che a regime nel 2026 dovrebbe arrivare a 200mila tonnellate l’anno. L’impatto dei progetti sul continente africano è relativo, ma significativo, come dice Federico Maria Grati, responsabile dei servizi di agroenergia di Eni.

«Questi progetti coinvolgeranno in diversi paesi un milione di persone per un milione di ettari. L’impegno finanziario di Eni è nell’ordine delle centinaia di milioni di dollari». Sembrano numeri considerevoli, ma in realtà sono molto piccoli rispetto agli investimenti nel settore delle esplorazioni petrolifere o della estrazione. Questo tipo di investimenti sono però labor-intensive e hanno proprio l’obiettivo di creare comunità agricole in grado di dialogare con i mercati, di produrre sì sementi poi trasformabili in olii per le nostre bioraffinerie, ma anche di valorizzare, ad esempio in Kenya, i coprodotti dell’industria del cotone. Marrubiu sarà l’interfaccia europea del progetto. Qui verranno formati i formatori che a loro volta parleranno con gli agricoltori e spiegheranno loro come coltivare queste sementi e come migliorare le produzioni con macchinari adeguati. Un percorso naturalmente complesso, che non sarà nè breve nè facile

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