Il ricorso della Regione: «Decreto energia lesivo dell’isola»
I giudici del Tar del Lazio studiano la memoria presentata
Cagliari Ventisei pagine che demoliscono politicamente l’intero impianto non solo del decreto energia, ma anche e soprattutto della legge che lo guida, voluta dai Cinque Stelle durante il governo Conte 2. La Regione ha deciso di usare l’artiglieria pesante contro il governo nel contestare il decreto varato da Draghi lo scorso marzo. E lo ha fatto con un ricorso che, pur articolato in punta di diritto dai tre legali dell’avvocatura regionale, Mattia Pani, Giovanni Parisi e Andrea Secchi, interviene non tanto sul metodo decisorio, se sia stata o no, come sostengono i legali, coinvolta e informata la Regione, ma anche sul merito delle scelte politiche alla base del decreto.
Nella premesse gli avvocati della Regione ricostruiscono il percorso politico e istituzionale che ha portato al decreto contestato: descrivono l’impatto del Piano Nazionale per l’energia e il clima, approvato durante il Conte 1, sull’isola; della legge 120 del 2020, che parlava per la prima volta di energia a prezzi sostenibili per l’isola; degli studi di Rse, la società pubblica che si occupa di ricerca sui sistemi energetici, e delle critiche, molto timide a dire il vero, fatte già allora dalla Regione agli esperti; infine delle richieste di incontri tecnico-politici tra Regione, ministero per la Transizione Ecologica e Autorità regolatoria, e delle note che l’assessore all’industria ha inviato al governo chiedendo di essere convocata ufficialmente nei tavoli tecnico-politici.
Ancora alla vigilia di Natale partivano mail da viale Trento a Roma di «non condivisione» del decreto ancora però da venire. E si fornivano anche allegati, come la riunione (raccontata nei dettaglia dalla Nuova) dei soggetti che facevano parte di “Agenda-Industria” dove in pratica si demoliva non solo l’ipotesi del decreto, ma anche la legge che stava alla base e le diverse prospettive in campo, senza però arrivare a una sintesi accettabile e credibile. Per questi motivi la Regione ritiene impugnabile il decreto, che lede, secondo i suoi legali, i diritti costituzionali della Sardegna.
L’isola dovrebbe essere coinvolta nelle scelte strategiche che riguardano l’energia. Questa materia è regolata dall’articolo 4 dello Statuto Speciale, che garantisce e prevede un ruolo attivo e primario dell’isola in tutte le scelte sul tema. I legali della Regione si fanno forti anche delle recenti norme sui nuovi rigassificatori che prevedono sia Commissari governativi che intese con le Regioni interessate. Ecco, nel nostro caso la Regione Sarda dice che è mancata questa intesa. E sin qui si è rimasti nel metodo del processo decisorio, delle competenze e degli articoli di legge. Poi il ricorso fa un passo ulteriore, e contesta politicamente l’intero impianto tecnico e di prospettiva alla base della legge e del decreto, contestando le conclusioni dello studio di Rse e anche la scelta di stazza e localizzazione delle navi rigassificatrici (previste e Porto Torres e Portovesme), in contrasto, secondo viale Trento, anche con lo studio.
Ecco perchè gli avvocati possono dire che le scelte operate unilateralmente con il decreto impugnato sono addirittura lesive degli interessi del popolo sardo, perchè non garantirebbero un sistema flessibile, sicuro e continuo degli approvvigionamenti, tagliando fuori le aree centrali. Sta adesso ai giudici del Tar del Lazio sciogliere la matassa
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