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Massimo Zedda: tutti uniti contro il centrodestra

di Roberto Petretto
Massimo Zedda: tutti uniti contro il centrodestra

L’ex sindaco di Cagliari si racconta e parla degli obiettivi futuri in politica. «Abbiamo un anno e mezzo di tempo per costruire l’alternativa alla destra»

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Cagliari «Ciao Massi!»; «Come stai Massi?»; «Ti ricandidi Massi?». E “Massi” sorride, abbozza, fa qualche battuta. Il ragazzo della porta accanto che ha avuto in mano le chiavi di Cagliari e l’ha trasformata (in meglio), non è cambiato. È sempre lì, nel cuore della città, a parlare ma soprattutto ad ascoltare. «Chi lavora nei bar, chi ha un’edicola, chi guida un taxi, ha la percezione reale di cosa pensa la gente. Sono antenne che captano gli umori».

A 33 anni consigliere regionale, a 35 sindaco di Cagliari: Massimo Zedda era l’enfant prodige della politica sarda. Ora che non è più tanto enfant, ha in testa, come diceva una vecchia pubblicità, un’idea meravigliosa: mettere insieme i cocci della sinistra sarda. Quello sì che sarebbe un vero prodige. Oggi che di anni ne ha 46, Massimo Zedda è ancora troppo giovane per vestire i panni del padre nobile di un’intera area politica, ma è abbastanza giovane per ricoprire un ruolo chiave nel progetto “Bonus 110%” per la ristrutturazione del condominio politico che sta di fronte alla palazzina del centrodestra.

Sconfitto da Christian Solinas nella corsa alla presidenza della Regione nel 2019, in questi anni Zedda ha svolto con puntiglio e non poca asprezza il ruolo di oppositore. I consensi nella sua Cagliari non gli mancano: basta trascorrere una mattinata con lui in un tavolino del Caffé Savoia, nel quartiere Marina, per misurare l’appeal sul quale l’ex sindaco può ancora contare. Zedda potrebbe essere l’uomo “quasi” nuovo del rilancio? E in che ruolo? Il fatto che su di lui, all’indomani delle politiche (con l’inatteso successo della lista Sinistra/Verdi e l’elezione alla Camera di Francesca Ghirra) sia già piovuta qualche bordata poco amichevole è indicativo. Quello di Zedda è ancora un nome spendibile? E a che livello?

Cosa è andato storto? Il centrodestra governa Cagliari, la Regione e, tra poco, governerà il paese. Qualche anno fa era tutto il contrario: cosa non ha funzionato? «C’è stata l’incapacità di unirsi - dice l’ex sindaco di Cagliari -. Il 7 luglio abbiamo tentato di mettere insieme le forze che non si riconoscono nell’amministrazione regionale. Quel percorso va ripreso, senza chiedersi chi guida. Prima della guida bisogna pensare alla meta. Abbiamo un anno e mezzo, serve un lavoro serio sui problemi della Sardegna». E i problemi non mancano: li vivono ogni giorno i cittadini. La mezza giornata di immersione nella “cagliaritudine” di Massimo Zedda può aiutare a capire qualche prospettiva. A cominciare da quella predisposizione a captare gli umori della gente. Abitudine che la sinistra ha perso per strada? «Le racconto un episodio - dice Zedda -: alla festa per i 130 anni del vostro giornale ho incontrato l’ex ministro Beppe Pisanu. Abbiamo parlato di questo. Mi ha raccontato che, quando era nella segreteria di Zaccagnini, ogni mattina dedicava un’ora di tempo a riferire le segnalazioni che arrivavano dai territori. Lo stesso faceva Tatò con Berlinguer. C’era una rete di contatti, di sedi di partito, che non esiste più. Solo due istituzioni continuano a mantenerle: i carabinieri e la Chiesa».

Le colpe della sinistra La sinistra non è esente da colpe, anche se Zedda distingue diversi livelli: «C’è una classe dirigente locale che mantiene i contatti. Diverso è quello che accade a livello nazionale». L’antidoto è quello di «andare in giro da soli, mostrandosi senza barriere, disponibili a chiacchierare: questo ti dà il polso della situazione».

In queste strade Massimo Zedda ci è cresciuto, ci ha vissuto (ma anche in altre zone della città): «Mia zia aveva il negozio là in fondo. Un’altra mia zia laggiù», racconta. I Zedda sono una famiglia di imprenditori. Hanno anche posseduto delle discoteche e nel loro dna c’è il contatto con la gente, la socialità. Da qui, forse, la fama di “animale notturno” che è stata cucita addosso all’ex sindaco. Anni fa la pagina social satirica “Intanto in viale Trento” lo dipingeva intento a districarsi tra un mojito e un aperitivo sulle terrazze di Castello. Sorride quando glielo si ricorda: «Macché: chi non ha contatti con la gente, quelli che nessuno conosce, che nessuno ha mai visto in giro, qui a Cagliari li definiscono in un modo: pagu bessiusu. Certo, non bisogna esagerare, perché se si sta sempre in giro si viene classificati come oreri». Però il contatto con la gente, con la comunità, deve essere continuo: «Non si può fare politica solo basandosi sui report della Banca d’Italia. Quelle analisi non ti raccontano le paure e le angosce della gente, non ti dicono se una riforma viene capita». Dovrebbe essere il senso della politica. Senso che Zedda ha annusato, vissuto sin da giovanissimo: «Alle superiori, negli anni della Pantera. Poi giurisprudenza. Erano gli anni di tangentopoli, da poco c’erano state le stragi di mafia e ci fu un picco di iscrizioni a giurisprudenza. La politica non fu in grado di intercettare quell’esigenza di legalità. Io scelsi altre strade. Cominciai a frequentare la sinistra giovanile del Pds. Segretario giovanile, poi consigliere comunale e regionale. Ero in Comune dal 2001. Leggevo tutti gli atti, delibere e determine. Amministrare un Comune è forse l’attività più entusiasmante: ti consente di mettere insieme grandi strategie di sviluppo e la cura del quotidiano, della buca nella strada o del servizio che non funziona. Ti costringe a tenere i piedi per terra».

Cambiare le città Due consiliature quasi complete da sindaco: sente di aver cambiato la città? «Mah - sorride - Cagliari è una città bellissima, con un sistema di colli che regala panorami meravigliosi e che certo non è merito degli amministratori. Io ho solo cercato di avvicinarla alle realtà più avanzate, a restituirle spazi». In corso d’opera non sono mancati i mugugni: «Anche quando entrano in casa i muratori devi patire qualche disagio. Però poi quando capisci che alla fine ti possono migliorare la vita, ti adatti». Ma del periodo da sindaco Zedda ricorda con piacere e orgoglio soprattutto risultati meno visibili: «Le mense col cuoco nelle scuole, le iniziative fuori dagli orari scolastici, gli investimenti in cultura e spettacoli, i tagli a sprechi e spese superflue».

Interventi visibili e meno visibili per proiettare la città verso una prospettiva che vada al di là del periodo della consiliatura. Cosa che non sempre accade. Sollecitato, Zedda butta uno sguardo anche alle altre realtà sarde. A Sassari, ad esempio: «Per Sassari penserei a un parco lineare con collegamenti ciclopedonali che toccherebbero quasi tutti i quartieri. A un collegamento che consenta di percepire Platamona come un elemento di continuità con la città. Fare del vecchio carcere un attrattore culturale».

Dimensione regionale Non solo Cagliari quindi, anche se una delle accuse che vengono mosse a Massimo Zedda è proprio quella di essere eccessivamente “cagliaricentrico” e poco riconoscibile all’esterno: «Ma no, io mi sento del tutto sardo. Mio nonno ha comandato all’Asinara, a Alghero e a Castiadas. L’altro mio nonno a Nuoro è stato proprietario del caffé Tettamanzi e dell’Eliseo. Cagliari è cresciuta perché sono arrivati da tutta la Sardegna. Ci facciamo un giro nei locali di piazza Jenne? C’è gente di Fonni, Jerzu, Seui».

Rintuzzata l’accusa di “cagliaricentrismo”, Zedda si ritaglia un ruolo più regionale. E si torna al quesito iniziale: quale potrà essere questo ruolo? Un nuovo tentativo per la presidenza della Regione? O una terza esperienza da sindaco di Cagliari? «Non ho mai sgomitato per chiedere candidature. Sono stato attento a non impostare il mio lavoro sulla carriera personale. Ora voglio lavorare alla costruzione di un’organizzazione politica a sinistra che sia capace di cogliere le ragioni del malessere, cercando di avvicinare più persone possibile alla politica». Però sono tanti che a “Massi’” chiedono di ritornare a guidare Cagliari.

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