La Nuova Sardegna

L'intervista

Energia, l’appello di Alfonso Damiano: «Alla Regione tutto l’idroelettrico»

di Giuseppe Centore
Energia, l’appello di Alfonso Damiano: «Alla Regione tutto l’idroelettrico»

Per il docente di Ingegneria una gestione sarda abbatterebbe i costi per tutti

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Cagliari «La Regione deve riappropriarsi del suo naturale ruolo di regolatore e di guida nei momenti di crisi, come quello che stiamo vivendo. Non si tratta di inventare nuovi strumenti o piegare la realtà con formule rivoluzionarie, ma basterebbe applicare il buon senso e seguire quanto tracciato dalla stessa Regione nel passato, non decenni fa ma nel 2016, praticamente ieri».

Alfonso Damiano è docente del dipartimento di energia elettrica ed elettronica all’università di Cagliari e soprattutto è stato il coordinatore scientifico dell’ultimo Pears, il piano energetico ambientale regionale, redatto nel dicembre del 2015. In quel documento vi sono, se lette, molte delle risposte alle domande che singoli e istituzioni si fanno in queste settimane.

Uno tsunami devastante si sta per abbattere su famiglie e imprese sarde. Nelle prossime settimane le bollette con i valori aggiornati faranno saltare molti conti e tanti bilanci. Come se ne esce, e soprattutto, possiamo salvarci da soli?
«Nessuno si salva da solo, e come sempre problemi complessi non hanno risposte semplici e rapide, semmai declinate su più piani temporali, nel breve, nel medio e nel lungo termine. Partiamo dall’immediato: dobbiamo risparmiare e non sprecare l’energia elettrica, anche con piccole azioni quotidiane, ma tutto ciò non basta. Dovremmo rendere più moderni i nostri sistemi di produzione di acqua calda o di calore per famiglie e imprese, ma è difficile, non solo per i prezzi dei materiali schizzati alle stelle, ma per carenza di componenti, tutti di provenienza cinese, inutile sottolinearlo. C’è una sola via d’uscita adesso: far pagare allo stato, alla fiscalità generale, il costo extra delle bollette. Lo possiamo fare, ma forse per un anno. E poi? È evidente che servono altre risposte, di sistema».

Il contesto non ci aiuta. Energia elettrica e termica vengono prodotte e vendute secondo regole di mercato, ma è palese che queste regole non funzionano, e ben prima dell’inizio della guerra. I prezzi non riflettono i costi di produzione, sembra di stare sulle montagne russe...
«Dubiterei delle risposte univoche e risolutive su come abbassare le bollette. So che l’unica certezza è cambiare le regole. E spetta alla politica farlo. Per il resto va tutto bene: diversificazione energetica (ma passare dalla Russia all’Algeria o al Qatar non è risolvere nel lungo termine i problemi), investimenti sulle rinnovabili, ma con i componenti spesso e non volentieri cinesi, costituire e rafforzare le comunità energetiche, ma per far sì che tutto ciò funzioni serve un arbitro, sia a livello nazionale che locale».

Un arbitro regionale per fare che cosa?
«Tante cose. Partiamo dalle comunità energetiche. Non nascono con una delibera di giunta, serve tempo e regole condivise, coinvolgendo le popolazioni e individuando un arbitro che compri i materiali, proponga cosa e dove fare e stabilisca le regole di comportamento per le comunità: faccia parlare le persone, senza dare ordini. Siamo in ritardo, servono anni per far crescere un senso comunitario tra cittadini e tra questi e le imprese. In questi anni siamo andati nella direzione opposta: l’autarchia energetica, dove ognuno si fa il proprio piccolo impianto, se può, e si dimentica del vicino. Nessuno ha benefici, neppure chi si produce i propri chilowatt. Non ha sistemi di accumulo adeguati e poi è costretto a vendere l’energia in surplus al gestore della rete che la paga a prezzo di costo, bassissimo, e la rivende a prezzo di mercato, ben più alto: una doppia beffa».

Ma l’arbitro regionale, si intende la Regione stessa, può intervenire solo per armonizzare le esigenze delle, a tutt’oggi pochissime, comunità energetiche?
«Può fare ben altro, molto di più. La Regione e le comunità locali, che con Abbanoa sono uno dei primi consumatori di energia sarda, possono avviare una azione coordinata e integrata per produrre energia, usandone gran parte per autoconsumo per gli edifici pubblici e per Abbanoa, e il resto per sostenere le famiglie costrette a vivere con difficoltà energetiche. Lo stesso discorso si può, e si dovrebbe fare, per le rinnovabili: “ti concedo le autorizzazioni, ma tu mi devi cedere parte dell’energia prodotta a prezzi agevolati”. Serve un ente pubblico che supporti i comuni sia sul versante finanziario che tecnico».

E tutto ciò basterebbe domani a risolvere altre emergenze, visto che per questa siamo ampiamente fuori tempo massimo?
«Mi rifaccio al piano energetico e ambientale su cui ho lavorato anche io. In quel piano era previsto un forte e autorevole ruolo della Regione nella gestione e nella compartecipazione dei sistemi produttivi energetici. Non mi riferisco alle centrali a carbone, ma all’energia elettrica prodotta dalle dighe sarde, dove c’è acqua sarda, gestita da Enas ma poi concessa a Enel. Se avessimo risolto il contenzioso di tutte le nostre dighe potremmo contare su una enorme “batteria” che avrebbe potuto abbattere il prezzo finale dell’energia e garantire sicurezza all’intero sistema. La Regione sarebbe così entrata con un ruolo attivo nel mercato dell’energia, facendo gli interessi dei sardi. Non si tratta di espropriare quelle centrali ma di riappropriarsene, chiaramente d’intesa col governo».

Il dimenticato piano del 2016 si poneva quattro obiettivi generali, quasi prefigurando una crisi come quella attuale: trasformazione del sistema verso una configurazione integrata e intelligente; maggiore sicurezza energetica; aumento dell’efficienza e del risparmio; promozione delle ricerca e partecipazione attiva in campo energetico. Progetto ambizioso e anticipatore, ma a cui non sono state date gambe robuste. E così siamo in mezzo al guado, con l’acqua che sale velocemente.

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