Difendiamo il coraggio di un sindaco
Il caso di Mulas, primo cittadino di Porto Torres, che si è detto disposto ad accogliere la nave di Sos Mediterranée
Vichingo dell’Oceano, la nave di SOS Mediterranée, ha navigato per 20 giorni nelle perigliose acque della disumanità internazionale. Alla fine, dopo 40 richieste e altrettanti rifiuti, è approdata nel porto di Tolone, riuscendo a scatenare in pochi giorni una grave crisi diplomatica.
Uno scontro politico a colpi di ripicche che ci fa capire quanto la responsabilità europea in materia di soccorso in mare, in teoria un diritto garantito, sia una questione aleatoria e del tutto strumentale. Da una parte l’Italia e la linea dura intrapresa dal Governo nei confronti dell’accoglienza nei nostri porti dei “migranti che non sono profughi che non sono naufraghi”, dall’altra la Francia che non è da meno con le sue lezioni di “non umanità”, coglie al volo il pretesto e annuncia ritorsioni verso il vicino stato europeo “non responsabile”: insomma, la Francia sospende il ricollocamento dei migranti attualmente in Italia e invita gli altri Paesi europei a fare altrettanto. Stretto nel mezzo di questo sconcertante braccio di ferro c’era, e idealmente continua ad esserci, un piccolo vascello con 234 esseri umani a bordo, forse migranti, forse profughi, forse naufraghi, non un “carico residuale” bensì 234 persone che hanno affidato la propria vita a una manica di scafisti-schiavisti, alla imprevedibilità del mare e alla bontà dei porti mediterranei, 234 persone colpevoli di essere nate nella parte più sfortunata del mondo.
E poi, a margine di questa affaire internazionale, si distingue un comune sardo che per voce del suo sindaco fa sapere di essere disposto ad accogliere la nave. Non per fare polemica contro la decisione del Governo, assicura Mulas, ma perché «la mia comunità non vuole girarsi dall’altra parte, Porto Torres è sempre stata una città accogliente e solidale con chi soffre». Porto Torres aveva già dato prova di essere una città solidale nel 2016, quando accolse 400 migranti giunti dall’Africa, all’epoca tutti distribuiti nei vari centri di accoglienza sparsi nell’isola. Il gesto di solidarietà oggi assume inevitabilmente un colore politico, scoppia un caso nel caso. Nella piazza aperta dei social in cui tutti possono complimentarsi o lanciare anatemi, una parte di sardi dissente e accusa il sindaco di buonismo ed esibizionismo, gli consiglia di portarseli a casa, chiede conto dell’ipotetico dopo accoglienza, pretendendo la medesima prodigalità nei confronti dei concittadini più bisognosi. L’acredine tra governi e l’uso di un certo linguaggio che tende a oggettivizzare l’essere umano, si riflettono sulle popolazioni orientandone pensiero e umori, sui cittadini che giustamente chiedono ordine e legalità, chiarezza nella gestione di una massa così imponente di persone allo sbando e nelle attività delle ONG, ma che nel loro essere esasperati rischiano di dimenticare la propria umanità. In un clima così esacerbato, la solidarietà viene percepita come sotterfugio, come atto che nasconde qualcosa d’altro, un espediente truffaldino che da una parte dona e dall’altra toglie. Non ci rendiamo conto che in questa emergenza globale, il nostro stato di necessità, seppure non paragonabile a quello dei Paesi del Terzo Mondo, genera egoismo e un graduale incivilimento, là dove per civilizzazione si intende la capacità di una comunità di sapersi prendere cura dei più bisognosi. L’involuzione avviene nel momento in cui identifichiamo il bisognoso con “l’altro” separato da noi, ossia il nemico che invade il nostro territorio, ruba il nostro cibo e minaccia la nostra tranquillità.
Per mia fortuna, nella vita non devo occuparmi di appianare i rapporti tra stati, o di ricollocare i migranti, o di giudicare le ONG, o di aprire e chiudere i porti; per mia fortuna, non mi trovo costretta a dover conciliare l’apparente incompatibilità tra scelta politica e scelta morale che certe situazioni nazionali e internazionali comportano. Per mia fortuna.
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