Dialogo e conoscenza per fermare le guerre
Al Mut di Stintino la conferenza internazionale su cultura. e pace. Relatori da tutto il mondo con un appello reciproco: «Parliamoci»
Inviato a Stintino Il dialogo come punto cardine, il linguaggio come articolazione del pensiero e veicolo fondamentale per trasferire messaggi di distensione, comprensione, apertura. Il turchese del mare di Stintino d’inverno sullo sfondo, i mille colori di argomenti di grandissima attualità sul tavolo, la settima edizione del convegno internazionale “Dialogando”, ha ancora una volta colto nel segno.
Al Museo della Tonnara, esponenti religiosi, politici, diplomatici, accademici, rappresentanti di associazioni di volontariato e giornalisti per un’intera giornata si sono confrontati sul dialogo interreligioso, sul ruolo della cultura nella costruzione della pace, il linguaggio d’odio, la violenza di genere e le parole violente che vengono utilizzate nei social network e nei mass media. Cinque sessioni dense di contenuti e di spunti interessanti, portati all’attenzione dei presenti da relatori provenienti, letteralmente, da tutto il mondo.
Da Damasco a Baghdad Come Jouhanna Jihad Battah, arcivescovo cattolico di Damasco, capitale di quella Siria che è da lungo tempo scenario di guerra. «Cosa significa dialogo interreligioso? In arabo diciamo che “se io non ti conosco bene, per me sei un nemico” – ha spiegato –. Partiamo dal fatto che il nuovo è nemico di colui che ignora. L’America non conosce tanto bene la Siria, per esempio. Per conoscere un paese bisogna visitarlo, per conoscere una religione bisogna ascoltarla. Oggi abbiamo una crisi di fiducia, ci sono tante guerre perché non c’è fiducia reciproca. E la fiducia si costruisce col dialogo. La Sardegna è un punto di pace in questo deserto nel mondo. Stintino e Sassari sono diventati come Bari e Assisi». L’arcivescovo ha poi raccontato con grande trasporto della sua recente visita nel sud dell’Iraq, da Bassora a Baghdad, sino a Nassirya. «Un’esperienza incredibile – l’ha definita –, per conoscere i vescovi locali e instaurare un rapporto di dialogo. Conoscere gli altri rappresenta una grande ricchezza, e poterlo fare con i rappresentanti delle tante religioni che si incrociano in quella zona è ancora più significativo».
Il dialogo che c’è «Per fortuna ci possiamo ancora sedere a un tavolo a discutere di quello che succede nel mondo – ha sottolineato Antonio Di Rosa, direttore della Nuova Sardegna, che ha introdotto la prima parte dei lavori –. Oggi c’è molta fretta, c’è molta distrazione sulle cose che accadono nel mondo, e lo dico anche a proposito dei giornali. L’altro cruccio è il fatto che come italiani siamo vicinissimi ai conflitti ma non riusciamo a incidere in maniera significativa nei processi di pace».
Da dove partire «La guerra inizia nelle mente degli uomini ed è nella mente degli uomini che bisogna costruire la pace». Anna Paolini, attuale responsabile Unesco dell’area dei Caraibi, ha lavorato per anni in medio oriente e in scenari di guerra, in particolare nello Yemen –. Pace non è solo non avere guerre, ma avere istituzioni che la salvaguardano e che la proteggono costruendo le norme. Ci sono molte definizioni di “peace building”. Bisogna limitare i conflitti a tutti i livelli, bisogna ridurre l’odio che deriva dal non conoscerci abbastanza, non ascoltarci e non parlarci. I governi e la società civile devono farsi carico di questo processo, che deve essere inclusivo e non esclusivo». In tutto questo, l’Unesco considera fondamentale il ruolo della cultura. «Cultura è l’espressione della nostra identità, il nostro bagaglio. Abbiamo dentro di noi una conoscenza tradizionale, il capitale sociale che ci portiamo dietro. La vita culturale delle comunità e dell’individuo è un elemento fondamentale della resilienza soprattutto in momenti di conflitto o di disastri naturali. La cultura restituisce dignità alla persona umana. La prima cosa è salvare vite, ma le persone hanno la dignità di continuare la loro vita in condizioni che devono essere come quelle offerte agli altri. Perché occuparsi di cultura in uno stato che è in guerra? Perché protezione di tradizioni? Perché tutto questo è un formidabile collante per mantenere la nostra coesione sociale».
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