La Nuova Sardegna

Sanremo 2023
Il festival

L’Ariston è lo specchio del Paese

di Marcello Fois
L’Ariston è lo specchio del Paese

Un contenitore in cui cose di per sé brutte producono ore d’intrattenimento autentico – IL COMMENTO

08 febbraio 2023
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P arliamoci chiaro: Sanremo è una macchina da guerra. Un contenitore in cui cose di per sé brutte producono ore d’intrattenimento autentico.  Un luogo in cui la quantità, direi l’accumulo, genera quella sazietà che lo spettatore medio deve procurarsi in ore di zapping. A Sanremo si fa politica, moda, sociologia, strategia, gioco, cronaca, floricultura, pubblicità, teatro, cinema, melodramma, mimo e anche musica. È un luogo di conferme non certo di proposte, sicché tutto quello che dovrebbe rappresentare “il nuovo che avanza” non è nient’altro che il nuovo avanzato. Raccattato in quel diaframma tra alto e basso che il generalismo pretende senza tentennamenti.

È un luogo per ricordare che nel nostro Paese, corredato da una Costituzione “che è un’opera d’arte”, per citare l’introduzione gospel di Benigni, migliaia di donne al giorno si rivolgono ai centri antiviolenza. Ma anche il Paese dove la sua principale influencer, e imprenditrice, può serenamente sdoganare la parola “troia” intesa come donna di facili costumi mentre indossa un difficilissimo costume con le tettine e corpo nudo anastaticamente stampati, ma fuori dalla fascia protetta s’intende. Comunque, nonostante le meta tettine, la Ferragni è davvero bella e disinvolta, esponente di un potere dolce, ma non per questo meno determinato. Donna dalla zeppola ingannevole: sembra botticelliana persino quando è vestita con una tutina glitterata quasi che fosse la quinta cugina di campagna. Sanremo è un luogo del ritorno dove si misura il grado del proprio avanzamento dell’età quando si confronta con quello dei Pooh o di Piero Pelù.

Abbiamo tremato per le coronarie di Facchinetti padre. Ma a Sanremo senti il tempo che passa inesorabile anche quando non capisci in che cosa possa consistere il successo di cantantine flebilissime e un po’ troppo stonate, nonostante un livello medio basso di stonatura faccia stile. O quando improvvisamente ci si trova ad assistere alla rappresentazione plastica del prezzo che si deve pagare per essere contemporaneamente un ragazzino e un cantante di successo: spesso le due cose si confondono, vero Blanco? Vorrei far notare che quei fiori che ha massacrato su palco sono il frutto di un lavoro e una professionalità straordinari, mi spingerei a dire che sono uno degli elementi fondamentali del prodotto interno lordo della regione Liguria.

Qualche volta, evidentemente, ottenere like e essere campioni di Spotify, non basta a generare comportamenti adulti. Pensate al racconto di devastazione in cui è stato trasformato il suo ultimo brano in promozione, che, trattando di rose, era stato corredato da una scenografia ricca di quei fiori straordinari. A Sanremo, inoltre, si canta e si gareggia, ogni cantante propongono pezzi in linea coi tempi che stiamo vivendo, che, per quanto sembrino diversi, tuttavia, esposti sul quel palco, danno l’idea di essere tutti uguali, tutti indiscutibilmente “sanremesi”. Quest’anno molto intimismo, e autoanalisi a tutto campo, nell’illimitato universo, endemicamente sanremese, che va dalla parola amore alla parola cuore.

Qualche sortita in direzione del recupero di rapporti che si sono debilitati, e diradati, nel tempo. A Sanremo si riunisce lo strapaese in tutta la sua magnificenza, quando ribadisce di che pasta siamo fatti in quanto brava gente: dal loculo damascato in cui il Presidente della Repubblica Mattarella assiste, per la prima volta in assoluto, ai primi venti minuti dell’evento; all’inno di Mameli intonato da Gianni Morandi come al Super Bowl; fino alla Canzone del Sole cantata da tutto l’Ariston quasi fosse un torpedone carico di quei sognatori che siamo stati. E ora, siamo, ma solo dal martedì al sabato canori.
 

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