Parlare alla gente con passione, rigore e serietà
L’editoriale del nuovo direttore della Nuova Sardegna
Parlare alla gente, guardandola dritta negli occhi. Andare, capire e testimoniare. Ecco quello che fa un quotidiano. Dare un servizio. La Nuova Sardegna lo fa ormai da 131 anni. Saranno 132 il prossimo agosto. Lo fa perché è, e resterà, un caposaldo di civiltà e democrazia. Maneggiamo ogni giorno uno dei beni più preziosi di questa nuova società senza più confini e, spesso, senza più una bussola che possa orientare tutti noi: l’informazione. Lo è perché costituisce un supporto per la crescita di ogni territorio, perché può determinare la consapevolezza dei cittadini e renderli padroni di ogni scelta e perché può davvero aprire lo sguardo di ognuno di noi sul mondo. È una responsabilità enorme che ogni giorno si assumono i giornalisti di questa testata e, da oggi, anche io. Vengo dopo tanti altri direttori, da ultimo Antonio Di Rosa, amico, maestro a distanza da quando, un anno fa, ci siamo conosciuti. Lo ringrazio per il patrimonio di qualità che ha lasciato in questa squadra. Mi piace definirla così, perché è così che ho sempre visto ogni giornale dove ho lavorato ed è questo lo spirito giusto per affrontare ogni sfida.
Noi dobbiamo continuare a fare la nostra parte, raccontando con rigore, serietà e passione le città e i paesi di questa terra che mezzo mondo invidia, bacchettando quando è necessario ma portando in superficie anche tutto il buono che c’è. Lo faremo con tutti gli strumenti che abbiamo per raggiungervi, perché oggi il “giornale” non è più fatto di solo inchiostro e carta ma è un abbraccio tra tradizione e tecnologia che ci consente di raggiungervi in ogni momento della giornata correndo veloce sul web, sui social. Ho sempre amato le mani annerite dopo lo sfoglio del quotidiano, ma oggi non possiamo trascurare il futuro, tenendo però sempre presente da dove veniamo. È il tempo che passa, che tutto trasforma. Quando Enrico Berlinguer, nel 1973, lanciò il compromesso storico lo fece attraverso tre articoli sul settimanale Rinascita. Quattordici giorni per partorire un’idea che ha fatto la storia. Oggi un politico si accontenterebbe di lanciare una rivoluzione con 20 parole in un tweet. Non possiamo estremizzare, ma non possiamo neppure prescindere dal governare il cambiamento. Quel che è certo è che il giornalismo non tramonterà mai, perché il desiderio di essere informati è scritto in noi. E la Nuova sarà sempre protagonista, cercando di andare oltre le apparenze e i luoghi comuni, oltre le verità di facciata, cercando di svelare ciò che non funziona, ciò che rischia di non essere come dovrebbe, anche per l’immobilismo, o peggio ancora per colpa di chi dovrebbe occuparsene e invece ha a cuore se stesso più che la comunità. Non è un problema geografico, ma di sistema. Abbiamo perso, quasi tutti, la capacità di ragionare sul lungo periodo, di programmare, anche un po’ di sognare.
Nei primi anni ’50, un ingegnere tedesco, dal pur discutibile passato, al servizio allora degli americani, se ne uscì con una promessa: da qui a vent’anni un mio razzo manderà l’uomo sulla luna. Come è andata lo sappiamo tutti. Oggi non c’è all’orizzonte nessun sogno, nessun traguardo ambizioso. Eppure, il Paese ne avrebbe bisogno, in ogni suo angolo. E la Sardegna non fa eccezione. La prima cosa che mi ha colpito, arrivando qui, è stata una constatazione per certi versi ridicola. Avevo dimenticato il telepass. Non ho fatto neppure in tempo a imprecare. Tanto non mi serve, è stato il pensiero immediatamente successivo. Che me ne faccio se non c’è l’autostrada? Dimenticavo: per arrivare, mi è toccato un viaggio in treno fino a Milano, altrimenti niente aereo. Non troppo comodo. Ma perché ve lo dico? In Sardegna tutto questo è assodato e arcinoto come vi ha ricordato anche ieri su queste colonne Antonio Di Rosa. Eppure, è così da una vita e nulla è mai cambiato. La prossima settimana avrò un appuntamento a Cagliari. Ho pensato che il treno sarebbe la soluzione migliore: mi siedo e arrivo, zero rischi. Poi ho guardato i tempi di percorrenza e ho cambiato idea. Tra Sassari e Cagliari c’è, più o meno, la stessa distanza che passa tra Bologna e Milano. Non chiediamo l’alta velocità, che impiegherebbe un’ora esatta, ma qualcosa di meglio di tre ore, almeno come primo passo, sarebbe auspicabile quanto possibile. È questo uno dei nodi principali di questa splendida isola: l’assenza di infrastrutture al passo con i tempi. Su questo bisogna interrogarsi, programmare e fare. Altrimenti continueremo a discutere anche di un altro problema: quello dello spopolamento, dei ragazzi che lasciano la Sardegna e non tornano più, tutte risorse perse, tutta linfa che viene meno a questa terra. Sono tutte facce di una stessa medaglia.
Sono tanti, e noti, i temi sul tavolo. Dal futuro energetico della regione, da coniugare con un saggio senso di rispetto per la natura che non sconfini nell’ambientalismo talebano del no a prescindere, al superamento della dicotomia tra nord e sud (del Paese come dell’isola), che non serve a nessuno e ingabbia il futuro di tutti. A questo proposito, il giornale che avete in mano porta un nome che già dice tutto: Nuova Sardegna, dando per scontato l’unità di questa regione.
Sul piatto, infine, c’è anche un alto nodo: il modello di turismo del futuro. Da decenni, ormai, i mille e ottocento chilometri di costa sarda non sono più il ritiro dorato di pochi facoltosi. Ma l’isola è attrezzata per ospitarne più di sette milioni di persone come lo scorso anno? Gli ospedali possono assorbire questi flussi? Tutto domande e problemi che questo giornale tratta da anni. Continuerà a farlo, cercando magari di proporre qualche soluzione. Perché anche questo deve essere un quotidiano: una piazza di confronto, analisi e dibattito, di critica ma anche di offerta di soluzioni sensate. Insomma, un laboratorio che spinga una convivenza sempre più matura e civile. Se la Nuova e i suoi giornalisti, gente orgogliosa e capace, non va nno in campo per la Sardegna, chi può farlo? Allora, coraggio, proviamoci insieme.
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