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Paola Piras racconta la sua vita dopo l’assassinio del figlio Mirko Farci, morto a 20 anni per difenderla

di Silvia Sanna
Paola Piras racconta la sua vita dopo l’assassinio del figlio Mirko Farci, morto a 20 anni per difenderla

«Mi ha salvato la vita, grazie a lui i suoi due fratelli hanno ancora una mamma. Il mio Mirko ci ha salvato tutti»

12 aprile 2023
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Per ore da sola, chiusa nella stanza di Mirko, immersa nel suo mondo. Le scarpe numero 43, la maglietta della Juve, i cappellini, le foto con le linguacce, gli occhi che brillano. Per ore da sola, in silenzio, sino a quando cala il sole. Perché il buio riapre le ferite e riaccende la paura. E allora Paola Piras scivola via da quella stanza, da quell’appartamento a Tortolì in cui la vita si è fermata.

Era l’11 maggio del 2021, era quasi l’alba quando Mirko Farci, 20 anni, è morto per difendere la madre dalle coltellate dell’ex compagno. «Mi ha salvato la vita, grazie a lui i suoi due fratelli hanno ancora una mamma. Il mio Mirko ci ha salvato tutti».

Paola, com’è la vita dopo?
«È la continua ricerca di un senso, di qualcosa che ti faccia andare avanti. Ed è una vita segnata dal ricordo costante di chi non c’è più ma non è mai andato via».

Come era Mirko?
«Era il sole. Buono, sensibile. E divertente. Sognava di diventare uno chef. Amava la vita, la sua famiglia. I fratelli, la zia, il nonno. E me. Voleva che restassimo uniti e che fossimo felici. E io gli dico spesso “amore mio, ci stiamo provando”».

Glielo dice?
«Sì, lo sento sempre accanto. Qualunque cosa succeda il pensiero corre sempre a lui, io e il fratellino Samuele commentiamo “chissà cosa avrebbe detto Mirko, chissà Mirko quanto si sarebbe divertito...».

E Mirko oggi cosa le direbbe?
«Di continuare così, di essere una buona madre, di sorridere ancora».

Quanto è difficile?
«Tantissimo, perché per una mamma sopravvivere a un figlio è innaturale. E perderlo così, a 20 anni, quando la sua vita stava fiorendo, è un dolore senza fine. Sono viva grazie a lui, ma se fossi stata sola non credo sarei sopravvissuta. I miei figli Lorenzo e Samuele sono la mia forza».

Torniamo a quella notte. Che cosa ricorda?
«Nulla. La mia memoria si è fermata a cinque mesi prima, dicembre 2020».

Che cosa successe?
«Denunciai quello, il pakistano, l’assassino di mio figlio. Un anno prima l’avevo mandato via di casa, da allora ho subìto minacce, persecuzioni e un primo tentativo di uccidermi».

Perché aspettò un anno per denunciarlo?
«Ci misi un po’ a capire chi avevo di fronte. Mi successe quello che – mi hanno detto gli psicologi che mi seguono – capita a quasi tutte le donne vittime di violenza. All’inizio si fa fatica a focalizzare la situazione, a essere razionali e ad ammettere di essere finite in un vortice di abusi. Si tende a pensare che certe cose possano succedere solo alle altre e che tu comunque sia in grado di gestirle».

E invece?
«Invece a un certo punto ho capito che quello poteva farmi del male sul serio, che quando diceva “ti ammazzo” lo pensava veramente. Non ho mai preso in considerazione, invece, che la sua violenza potesse colpire la mia famiglia, i miei figli. Come poi è accaduto».

La sua famiglia era a conoscenza delle violenze?
«Sì, ho sempre condiviso tutto con loro, mi sono stati accanto dall’inizio e mi hanno sostenuto quando ho deciso di denunciare».

E poi che cosa è successo?
«E poi è arrivata quella notte, quell’alba di cui non ricordo niente. Ho il racconto che mi hanno fatto, ho i segni sul corpo. Cicatrici sulle braccia, sulle mani, sul seno, una più profonda dal mento sino al collo. Mi hanno detto che si può attenuare con un intervento chirurgico. Ho detto no, perché quella cicatrice è la mia storia, è Mirko. Non posso coprirla».

Dopo 40 giorni si è svegliata dal coma, che cosa ricorda?
«C’era Lorenzo, il mio figlio maggiore, accanto al letto. Ho chiesto subito di Mirko, lui mi ha detto “mamma, Mirko non ce l’ha fatta”. Non c’è stato bisogno di aggiungere altro, dentro di me sapevo già tutto. A parti inverse, con Lorenzo si è ripetuta una situazione del passato».

Quale situazione?
«Nel 2006 dissi a lui e a Mirko che il loro papà era volato in cielo. Avevano 8 e 5 anni. I miei figli hanno sofferto molto nella loro vita, insieme abbiamo affrontato e superato tante difficoltà». Quando è tornata a Tortolì?
«Per due mesi ho seguito un percorso di riabilitazione. Non sapevo più camminare, non muovevo la mano destra, non potevo mangiare né lavarmi da sola. I medici pensavano che sarei rimasta in ospedale molto più a lungo. Ma io non vedevo l’ora di andarmene, di stare con i miei figli. Che in quel periodo hanno subìto un altro lutto gravissimo: la morte del nonno Giancarlo, di mio padre».

Lei lo ha potuto salutare?
«No, se n’è andato in agosto, a 84 anni. Io ero in ospedale, i medici hanno detto che uscire sarebbe stato rischioso. Con Mirko mio padre aveva un rapporto meraviglioso. Sono morti a distanza di tre mesi l’uno dall’altro e purtroppo mio padre, che era affetto da demenza, ha capito che cosa era successo a suo nipote perché qualcuno ha avuto l’infelice idea di fargli le condoglianze».

Che cosa ha provato quando è rientrata a casa, in quell’appartamento?
«Ho sentito Mirko ancora più vicino. Stare nella sua camera, rimasta intatta, tra le sue cose, mi dava serenità. Ho trascorso giornate intere lì dentro, poi al buio andavo da mia sorella, perché la notte i ricordi si fanno più vivi e dolorosi».

Perché ha deciso di lasciare la Sardegna?
«L’ho fatto per Samuele, il mio figlio piccolo che ha 13 anni. Lui era già andato via, l’ho raggiunto nel settembre scorso. Perché ha già perso Mirko, il suo fratello adorato, e ha bisogno di me, ora più che mai».

Com’è la sua vita oggi?
«Faccio la mamma, come voleva Mirko. Viviamo in un piccolo paese in Lombardia, Samuele va a scuola, è ben inserito. Quasi nessuno conosce la mia storia, finalmente non sento sguardi curiosi addosso».

In questi anni si è sentita giudicata?
«Da sempre. Ho avuto tre figli da due uomini diversi, mi sono separata da entrambi. E poi la relazione con “quello”, più giovane, pelle scura, altra nazionalità. Ho sempre sentito il giudizio ma non il peso. Qualcuno avrei dovuto ascoltarlo però».

Chi?
«Una persona a me vicina mi disse che “quello” non aveva l’aria di una brava persona. I miei occhi purtroppo vedevano altro».

Anche oggi si sente giudicata?
«Solo io so quello che sto passando e il senso di colpa che mi porterò dentro per sempre. E nonostante questo c’è ancora chi commenta... Per fortuna una minoranza di persone, rispetto alle tante che ci sono state vicine con affetto e con gesti concreti».

Qualcuno in particolare?
«La comunità di Tortolì che ha organizzato una raccolta fondi in un momento in cui avevamo un estremo bisogno di tutto. Gli insegnanti, i compagni di Mirko, i suoi amici. I medici che mi hanno curata. Le psicologhe e volontarie del Centro antiviolenza Donne al traguardo. Mia sorella Stefania, insostituibile, unica».

Che farebbe se potesse tornare indietro?
«Alla vista di “quello” girerei lo sguardo dall’altra parte. Non lo farei mai entrare nella mia vita».

Che cosa vuole dire alle donne che subiscono violenze?
«Scappate alla prima bugia, al primo schiaffo, alla prima scenata. Non date altre possibilità, salvatevi dall’inferno».

E al suo Mirko?

«Che mi manca come l’aria, che ho il suo sorriso davanti. E che è il mio eroe e non smetterò mai di dirlo al mondo».

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