La Nuova Sardegna

Primo maggio/La crisi

Cristiano nella fabbrica che chiude: «Le speranze ormai svanite e il fastidio per quella retorica»

di Giuseppe Centore
Cristiano nella fabbrica che chiude: «Le speranze ormai svanite e il fastidio per quella retorica»

Lavora da 22 anni alla fonderia di San Gavino, ormai senza futuro nonostante le promesse

01 maggio 2023
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San Gavino L’orgoglio e il sorriso. Anche oggi. «Nel piazzale della fabbrica, con i miei compagni di lavoro. Nessuna festa, ma una assemblea aperta a tutti e poi un pranzo comunitario, anche se c’è poco da festeggiare». Cristiano da 22 anni è in fabbrica alla fonderia di San Gavino della Portovesme srl, dove si raffina e si lavoro piombo, argento e oro. Una fabbrica, nata novanta anni fa, destinata, nonostante le promesse e gli impegni verbali delle istituzioni, alla chiusura. Definitiva. «Sono nato a San Gavino 44 anni fa, mia madre è di Tonara, mio padre era falegname. Ho fatto il cameriere, in giro per l’Italia. Poi sono stato assunto come turnista. Nel 2015 ho deciso che mi sarei preso un diploma e ho fatto le serali. Mi sono diplomato e lo scorso anno sono diventato capoturno, dopo 21 anni di turni sulle 24 ore ho cambiato mansioni e orari. Lo scorso anno a luglio ho finito di sistemare casa, a settembre mi sono sposato con Rachele, lei è una avvocata. Siamo andati in viaggio di nozze in Oriente. L’ultimo giorno di ferie ho ricevuto un messaggio dai mieli colleghi: “È importante, richiama”. E lì ho capito che quello che tutti noi temevamo si sarebbe realizzato prima del previsto».

Cristiano da sette anni è rappresentante sindacale per la Cgil. La fabbrica per lui non è solamente il luogo di lavoro. Molto di più. Attraversa il piazzale dove sino al 1945 campeggiavano ancora le scritte del regime “Duce sei tutti noi,” e con orgoglio rivendica i risultati raggiunti dai lavoratori della fonderia. «Siamo stati i primi all’interno del gruppo Glencore (una potentissima multinazionale anglo-elvetica, che lavora e commercia minerali e metalli, con 255 miliardi di fatturato nel 2022 e 16 di utile, alle prese con una scalata ad una azienda canadese da 23 miliardi che porterà a razionalizzare e semplificare ambiti di produzioni e materie lavorate, ndr ) a cambiare in meglio secondo originali parametri l’organizzazione del lavoro, incrementando la produttività e le competenze di tutti noi».

A San Gavino sono, o meglio erano, 55 i lavoratori diretti, 13 interinali e una quarantina gli addetti alle imprese di appalti e servizi. Ieri sono arrivate le prime lettere di licenziamento per gli interinali. Due giorni fa la Glencore ha annunciato che la chiusura di questo sito è definitiva e non negoziabile.

«Ai compagni interinali a gennaio l’ho detto chiaramente: ragazzi, avete una qualifica che vale sul mercato, siete meccanici o elettricisti, cercatevi un lavoro. Ho ricevuto più di un vaffa, ma al loro posto avrei detto lo stesso. Sino alla primavera ci siamo illusi che la fabbrica potesse continuare a produrre almeno per qualche anno. Poi non più. Siamo stati 4 anni in cassa integrazione, dal 2009 al 2013. La crisi finanziaria di allora e poi il covid non ci hanno fermato. Ora ci fermeranno decisioni prese sopra la testa delle comunità, della Regione, dello stesso Governo, evidentemente non in grado di contrapporsi alla forza politica e finanziaria di una multinazionale».

Cristiano non ha ancora figli. «E come fai a mettere su famiglia in un disastro simile? Ho colleghi che si dovevano sposare a giorni, che stanno per spegnere la prima candelina del loro bimbo, e che di colpo, senza futuro si ritroveranno a vivere con 800 euro di sussidio. Io adesso guadagno duemila euro al mese circa. Ne prenderò la metà e poi più nulla. Vuoi sapere cosa mi da più fastidio? La ripetizione della frase “nessuno sarà lasciato solo” che gli assessori regionali o le stesso presidente Solinas ripetono ogni tre-per-due. Facciano il loro lavoro, si impegnino al massimo e portino soluzioni credibili e concrete. Noi non siamo mai soli, abbiamo le nostre comunità, i compagni di lavoro delle altre imprese, il sindacato, al nostro fianco. Dalle istituzioni vogliamo altro, non la partecipazione a un disagio».

A differenza di altri impianti San Gavino non è una fabbrica che produce in perdita, anzi. «L’età media dei dipendenti è di 40 anni, siamo tutti formati al top. Non abbiamo problemi a riconvertici, ma non ci fidiamo delle parole delle istituzioni».

San Gavino, la fonderia modello, che mantiene gli ambienti interni degli anni Quaranta, in un sistema di controllo dei processi e della sicurezza della salute raffinato e collaudato, dal cambio di abbigliamento ai percorsi dedicati (il piombo non fa bene al sangue e al cervello) non riceverà più materiale da lavorare da Portovesme. Un tempo qui erano impiegati 600 lavoratori, i treni arrivavano dal Sulcis e poi ripartivano per la penisola. «Adesso chi se la piglia una fabbrica che sta in mezzo al Campidano collegata solo con i gommati? Per bene che ci vada saremo trasferiti, temo in pochi, a Portovesme. Qualcuno resterà qui a presidiare, per far finta che la fabbrica sia ancora aperta».

Cristiano non lo dice ma la finta ha una sua beffarda spiegazione. Per legge se la fabbrica venisse chiusa e smantellata, il proprietario avrebbe l’onere di bonificare il sito. Anche con fondi pubblici si tratterebbe di una impresa ardua, lunga e costosissima e dai profili incerti, dopo novanta anni di lavorazioni, sottoterra si potrebbe trovare l’intera tavola periodica degli elementi. Meglio far finta di tenerla aperta.

«Per noi il Primo Maggio è la Festa. Non saranno i manager stranieri e la politica a farci perdere la dignità, la fiducia nel futuro, nonostante tutto, il sorriso e l’orgoglio».
 

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