«Denunciate i pedofili»: applausi per Padre Paolo
Il parroco parla degli abusi in chiesa a Ghilarza: sostegno caloroso dai fedeli. «Ho capito cosa era successo due anni fa, quando è morta mia madre»
Ghilarza Il giorno dopo la denuncia va dritto per la sua strada, e se possibile usa parole ancora più forti, nette, che non lasciano spazio a fraintendimenti. Padre Paolo non si fermerà. Lo ha detto durante l’omelia, dove ogni parola è stata pesata, pronunciata ieri nella chiesa Maggiore della Beata Vergine Immacolata di Ghilarza. Per lui quella era la quarta celebrazione della giornata nella comunità di Norbello Abbasanta e Ghilarza. La più attesa. E Padre Paolo non ha deluso i suoi parrocchiani , che si sono presentati numerosi per ascoltare le sue parole.
«I peccati si confessano in confessionale, vengono assolti e si riceve anche una sanzione nella segretezza del sacramento. Ma i reati sono un’altra cosa. Ma la pedofilia non è solo un peccato: è un reato che deve essere denunciato, senza se e senza ma, a voce alta con nitidezza. Ringrazio il Signore per avermi aiutato e la comunità per avermi accettato. E ora la benedizione». Non fa in tempo a finire la frase che un caldo prolungato e sincero applauso accompagna le sue parole. Se si voleva una prova della vicinanza dei fedeli al loro parroco, ieri la si è avuta senza dubbio. Così come senza dubbio è stata la condanna senza appello contro chi commette il più ignobile dei crimini. Dopo la rivelazione choc sugli abusi subiti in gioventù da un sacerdote, ieri il parroco ha affrontato l'argomento a viso aperto al termine della messa solenne celebrata in parrocchia.
Nel ripercorrere il suo calvario personale il religioso ha esortato le vittime ad abbandonare ogni remora e a segnalare i soprusi, spesso taciuti per timore di ritorsioni, di non essere creduti o per un immotivato senso di colpa. «Non ho nulla di cui vergognarmi».
La storia raccontata da padre Paolo ha destato turbamento fra gli abitanti dei paesi in cui il sacerdote Padre Paolo esercita l'opera pastorale da 6 anni, che però hanno saputo trasmettere al presbitero e all'uomo calore, solidarietà e un evidente senso di rispetto e comprensione trattando la vicenda con delicatezza e discrezione. Tanti attestati di affetto sono giunti sotto forma di parole o di messaggi.
Anche i silenzi talvolta sono stati eloquenti svelando il senso di protezione nutrito verso un componente della comunità oppresso da una pena sino a ieri indicibile. Ma l’affetto e l'immedesimazione della gente nel dolore di Padre Paolo si sono percepiti anche attraverso il lungo applauso scattato a conclusione del suo intervento.
Dal pulpito il religioso ha spiegato perché ha deciso di rendere pubblico il suo dramma, cominciato a 14 anni in seminario con le prime, morbose attenzioni di un frate e proseguito, secondo quanto denunciato alle autorità, con abusi reiterati. Dalle dichiarazioni, i responsabili della diocesi a cui apparteneva l'autore delle violenze si sarebbero limitati a spedirlo per un breve periodo in Terra Santa e ad assegnarlo successivamente a un'altra parrocchia.
«Questo è un caso particolare e mi è sembrato giusto condividerlo con la comunità prima che diventasse di dominio pubblico», ha dichiarato il sacerdote ripercorrendo le ultime vicende alla presenza di circa 200 fedeli, meno numerosi del solito per via delle concomitanti celebrazioni religiose nel novenario campestre di San Michele. «Sono stati per me due anni impegnativi, ho dovuto seguire ogni giorno la questione e sono contento e commosso perché tutto è iniziato quando è morta mia madre. Ho ottenuto le prime prove di quanto successo alla sua scomparsa e dopo due anni di lotta accanita sono riuscito ad arrivare a un processo. Questa notizia mi è stata comunicata ieri, alla vigilia della festa della mamma». Per lui un segno del destino.
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