Undici centri antiviolenza in Sardegna: ognuno salva 250 donne all’anno
La Sardegna resta ancora una regione ad alto rischio di femminicidio. I maltrattamenti domestici sono frequenti ma c’è timore a denunciarli
Sassari Undici centri antiviolenza accreditati e dislocati in maniera capillare su tutto il territorio dell’isola. In media ciascuno gestisce oltre 250 richieste di aiuto l’anno. Significa che anche la Sardegna è una realtà molto vulnerabile al femminicidio, e dove per fortuna numerose spirali letali vengono disinnescate per tempo.
Le situazioni più a rischio sono quelle blindate nelle case rifugio. Ce ne sono cinque, il loro indirizzo è segreto, e ospitano dalla 12 alle 15 persone, generalmente donne con il conto alla rovescia già innescato nel destino, fuggite dall’inferno domestico con i propri bambini. Quasi tutte le cinque case rifugio sono sold-out, segno che i rapporti potenzialmente letali esistono ad ogni latitudine. «Parliamo di un fenomeno sociale dilagante – dice Patrizia Desole, presidente della Onlus Prospettiva Donna – una piaga presente in qualsiasi territorio».
«Da noi vige ancora una cultura arcaica che relega la donna all’interno delle mura domestiche – spiega Francesca Ruggiu, componente della Commissione regionale Pari Opportunità – e questo lo si vede anche dai numeri: abbiamo la percentuale più alta in Italia di donne laureate e diplomate, eppure queste credenziali non si traducono a livello occupazionale. Questo perché appunto c’è la tendenza a far sì che la donna debba dedicarsi alla gestione della casa e dei figli».
La base di partenza culturale dunque non è incoraggiante, ma per fortuna la Sardegna è una regione virtuosa, perché la legge 8 del 2007 accredita e sostiene la rete dei centri antiviolenza, che funzionano decisamente bene. «La maggior parte delle donne ci arrivano in maniera filtrata – prosegue Francesca Ruggiu – cioè indirizzate o dalle forze dell’ordine che raccolgono le denunce, o dagli ospedali, ai quali molte donne si rivolgono dopo aver subito violenza fisica». C’è ancora reticenza a uscire allo scoperto, spesso il meccanismo della segnalazione non è così diretto: «Una situazione ricorrente è che la donna accusi un malore in ospedale e solo dopo gli accertamenti si arrivi a scoprire il suo vissuto familiare».
«Chi si trova all’interno della “spirale di violenza” – dice Patrizia Desole – è stritolata in una morsa difficile da allentare. Ci sono delle fasi ricorrenti: l’intimidazione, che fa vivere la partner in un clima di paura. L’isolamento, grazie al quale si resta ancora più sole e in balia dei maltrattamenti. E ancora violenza psicologica, svilimento della persona, perdita di autostima». Un tratto comune delle vittime, che le rende estremamente vulnerabili e soggiogate, è poi la violenza economica: «Alle donne viene negata la possibilità di essere autonome da un punto di vista finanziario – dice Patrizia Desole – non possono lavorare, non hanno accesso alle risorse familiari, sono in tutto dipendenti dal marito o dal compagno». L’escalation arriva alla violenza fisica e sessuale, e questa è talvolta la goccia che fa traboccare il vaso, e restituisce la consapevolezza dei maltrattamenti subiti. «Le donne che arrivano ai centri antiviolenza – dice Patrizia Desole – sono confuse, la violenza ha distrutto tutto. C’è bisogno di un meticoloso e lungo lavoro, da parte delle operatrici, per restituire a queste persone la libertà e il potere di scelta». Una iniziativa importante intrapresa dalla Regione, è proprio “il reddito di libertà”, che sostiene le ospiti delle case rifugio, una volta che lasciano il loro luogo protetto e sono pronte a riaffacciarsi alla vita.
«La violenza è un retaggio orribile – dicono Patrizia Desole e Francesca Ruggiu – una violazione dei diritti umani. Per fortuna le associazioni, i comuni e le scuole stanno lavorando bene sul linguaggio di genere e sulla educazione contro la violenza».
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