La crisi industriale e i veleni soffocano il futuro del Sulcis
Da più di cinquant’anni i cittadini pagano dazio all’incubo metallurgico. Bonifiche a metà, licenziamenti di massa e poche prospettive turistiche
Inviato a Portoscuso Aguzzando la vista si inutisce quello che doveva essere questa zona appena 50 anni fa: clima mediterraneo, spiagge bianche, mare pulito e pescoso, terre fertili e un panorama impagabile con l’isola di San Pietro e quella di Sant’Antioco che nelle belle giornate sembrava che quasi si potessero toccare. Certo, i trasporti particolari erano già attivi e dall’inizio del secolo nella frazione di Portovesme arrivava il piombo e lo zinco estratto dalle miniere del Sulcis. Poi ci fu la crisi delle miniere, i licenziamenti e la disoccupazione. Fu allora che da Roma si decise di creare un grande polo metallurgico capace di assorbire i lavoratori in esubero. Erano gli inizi degli anni ’70 e Portoscuso, e il territorio circostante, viveva già il ricatto occupazionale che ha permesso la nascita di uno dei più inquinanti poli industriali italiani. In un attimo nacque la Eurallumina, che lavorava la bauxite, che aprì la strada alle altre industrie complementari al ciclo di produzione dell’alluminio. Nacque anche la Egam, che puntava su zinco e piombo. Ritornò il lavoro ma arrivò l’inquinamento. Negli anni ’70 le norme ambientali non esistevano, il ministero dell’Ambiente sarebbe nato solo nel 1985, e nessuno controllava quello che accadeva a Portovesme. Si poteva fare tutto. E si è fatto tutto. I camini sputavano polveri sottili, le discariche nascevano senza criterio e venivano riempite di sostanze altamente inquinanti. Arrivarono altri “investitori” e Portovesme crebbe al punto di diventare quel gigantesco ecomostro che è oggi. Contestualmente, le popolazioni di quella zona del Sulcis iniziarono a capire che l’inquinamento era una cosa seria e che il detto “chi inquina paga” non era altro che un detto. Perché a pagare sarebbero stati loro, in salute. Si iniziarono ad investire miliardi di lire, e poi di euro, in bonifiche mai completate mentre si accumulavano i veleni. Nel 2012 l’area di Portoscuso era inquinata al punto da convicere l’allora Usl di Carbonia a informare la popolazione dei pericoli relativi al consumo dell’ortofrutta prodotta in zona. Due anni dopo venne imposto il divieto di commercializzazione di ogni tipo di prodotto alimentare del territorio, dal latte alla carne, dai granchi alla frutta. Troppo pericoloso e, forse, anche troppo in ritardo. Già nel 2008 l’Università di Cagliari riscontrò deficit cognitivi in un campione di bambini di Portoscuso, dovuto a valori di piombo nel sangue superiori a 10 microgrammi per decilitro.
Oggi La situazione è migliorata ma i problemi sono sostanzialmente gli stessi. Il rispetto dell’ambiente è una materia codificata e anche a Portovesme la si affronta in modo diverso. La popolazione ha capito che è meglio evitare i prodotti dell’orto di casa. Anche se da anni l’amministrazione comunale chiede nuove verifiche, senza ottenere risposte. Recuperare è quasi impossibile, se non passando da quelle bonifiche che non sono mai state completate. L’esempio è la discarica a dei fanghi rossi, e degli altri scarti delle lavorazioni chimiche. È enorme, più di 160 ettari, e contiene 30 milioni di metri cubi di sostanze altamente inquinanti. A due passi dal mare. Per fare un esempio, nel 2010, una falla nella discarica di una fabbrica di alluminio ungherese causò il più grande disastro ambientale della storia magiara. La perdita fu quantificata in un milione di metri cubi. Non serve un esperto per fare la proporzione. Le bombe ambientali, poi, non hanno risolto il ricatto occupazionale, più vivo che mai, e la lotta dei lavoratori del polo metallurgico è un argomento costantemente d’attualità. Intanto, Glencore progetta di realizzare, proprio nella “sua” Portovesme Srl un enorme polo dedicato al riciclo delle batterie di auto elettriche per recuperare zinco, nichel e cobalto. E se non ci fossero in gioco i posti di lavoro, la nuova fabbrica occuperebbe molti meno operai di quelli attualmente impiegati, la pratica sarebbe molto più avanzata.
Domani Portoscuso non è un lazzaretto. Al contario, è un paese molto curato, ordinato, con un bel lungomare e una piazza affacciata su un porticciolo che non sfigurerebbe nelle zone dell’isola in cui il turismo è più sviluppato e rinomato. Anche Portoscuso punta sul turismo, è evidente, e ha la potenzialità per farlo. Il problema è capire dove punta Portovesme. Chiedere alla poltica regionale è tempo sprecato, perché diversamente non si potrebbe vedere una nave carica di polvere di carbone della centrale dell’Enel che scarica e carica a cielo aperto sostanze pericolosissime praticamente a fianco all’imbarco del traghetto per Carloforte, dove ogni anno passano un milione di persone. Perlopiù sono turisti, che sfiorano il gigante industriale che giace semi abbandonato a sinistra dell’imbarco e vanno all’isola di San Pietro. Magari conoscono quei nomi che ormai tutti conoscono per le manifestazioni, le vertenze, la lotta di chi cerca di salvare il posto di lavoro. Euroallumina, Alcoa, Syder Alloys, Portovesme Srl, Glencore, Carbosulcis sono ormai famosi, a volte sono due nomi dello stesso stabilimento ma non è quello il problema. Il problema è che sono percepiti dalla politica proprio come vengono percepiti dai turisti. Sono là da mezzo secolo, prima davano lavoro ma distruggevano il territorio. Poi, hanno smesso di produrre ma il territorio è rimasto devastato. Perché ormai è chiaro: chi inquina non paga.
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