Il Tribunale dichiara morto Stefano, il padre: «Non smetterò mai di cercarlo, per noi è un inferno senza fine»
Sentenza di morte presunta, il corpo del 30enne non è mai stato ritrovato. Per il suo omicidio condannati due giovani, Paolo Enrico Pinna di Nule e il cugino Alberto Cubeddu di Ozieri
Sassari «Io e i miei figli possiamo dire di conoscere le pene dell’inferno, perché le viviamo giorno dopo giorno. Irrimediabilmente, e sempre di più...».
Marco Masala è il padre di Stefano, ucciso tra il 7 e l’8 maggio del 2015 e fatto sparire nel nulla dai suoi assassini. Il corpo del trentenne di Nule non è mai stato ritrovato. «Non un brandello, non una scarpa... nulla su cui piangere e pregare». A distanza di otto anni, lo scorso 24 maggio, il tribunale di Nuoro ha dichiarato la morte presunta di Stefano.
Due giovani, Paolo Enrico Pinna di Nule (appena 17enne all’epoca dei fatti) e suo cugino di Ozieri Alberto Cubeddu (che di anni ne aveva 21) sono stati condannati in via definitiva rispettivamente a vent’anni di carcere e all’ergastolo. Le accuse sono quelle di duplice omicidio (sarebbero stati loro ad ammazzare, oltre a Stefano Masala, anche lo studente di Orune Gianluca Monni) e di distruzione di cadavere.
E proprio sulla base delle sentenze passate in giudicato con le quali i due sono stati «irrevocabilmente ritenuti responsabili dell’omicidio di Masala e della sottrazione/distruzione del cadavere», oltre al fatto che «le ricerche del corpo, pur meticolose, si sono rivelate inutili» – si legge nella sentenza – il tribunale di Nuoro ha dichiarato la morte presunta del giovane.
Il verdetto della sezione collegiale civile presieduta dalla giudice Tiziana Longu ha tenuto conto anche del fatto che «sono decorsi più di sette anni dalla scomparsa di Stefano Masala, senza che vi siano mai state notizie della sua permanenza in vita».
È un mese di maggio che, alla famiglia Masala, rievoca ancora una volta dolore. A maggio è stato ammazzato Stefano, a maggio è morta sua mamma Carmela, e sempre a maggio – proprio nel giorno dei funerali – i carabinieri arrestavano i responsabili del delitto.
E ora, nello stesso mese del 2023, in seguito al ricorso presentato da Marco Masala, arriva anche la dichiarazione di morte presunta di Stefano. «È la sentenza delle sentenze – dice il padre del trentenne – Sono passati otto anni da allora ma la nostra sofferenza è forte più che mai. Io non ho mai smesso di cercare mio figlio e mai lo farò. Glielo devo ed è l’unica cosa che mi tiene ancora in vita».
Marco perlustra le campagne, osserva ogni angolo, lo ha fatto durante le ricerche con i cani molecolari, lo fa ancora oggi in solitudine o accompagnato da qualche familiare. «Purtroppo è subentrata la convinzione che non troverò mai nulla ma devo continuare ugualmente».
Dimenticare è impossibile: «Tutte le notti i pensieri vanno lì. A mio figlio, a mia moglie morta per il dolore, e alla quale avevo promesso di riportarlo a casa. Ripercorro i processi, le udienze, i viaggi nei tribunali di Sassari e Nuoro sempre accompagnati dal nostro avvocato Caterina Zoroddu, che è stata un supporto fondamentale. Le mie notti se ne vanno così e ogni nuovo giorno si nutre di ulteriore dolore».
Una sofferenza che vivono anche gli altri figli di Marco Masala: Alessandra, che era gemella di Stefano, Valentina, Giuseppe.
«I responsabili della morte di mio figlio prima o poi beneficeranno delle agevolazioni di legge – è l’amara considerazione del padre di Stefano – Chi prima chi dopo, usciranno dal carcere. Ecco perché dico che il vero “fine pena mai” è stato inflitto a noi, come famiglia. Io da otto anni non esco più di casa se non per andare a trovare i miei nipoti e per cercare mio figlio. Vivo in prigione da allora e so che non uscirò mai più».
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