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Scienza

«I nuraghi? I sardi li costruivano nei boschi di querce e roverelle»

di Antonello Palmas
«I nuraghi? I sardi li costruivano nei boschi di querce e roverelle»

La scoperta di due botanici dell’università di Sassari appoggiati da un pool. Lo studio pubblicato sulla rivista scientifica della British Ecological Society 

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Sassari La distribuzione delle migliaia di nuraghi in Sardegna non è uniforme, e la scelta di costruirli in determinate zone aveva una sua logica. Due botanici del dipartimento di Scienze chimiche fisiche matematiche e naturali dell’università di Sassari, i botanici Simonetta Bagella, sassarese, e il romano Marco Malavasi, si sono messi in testa di scoprire quale sia, giungendo a una deduzione sorprendente: gli antichi sardi erigevano le loro torri prevalentemente dove c’erano foreste di querce e di roverelle. Ma non solo. Hanno anche capito che sono state proprio le popolazioni nuragiche a modificare il paesaggio, creando quel tipico “pascolo arborato” che oggi caratterizza l’isola. È quanto risulta da uno studio pubblicato su una rivista scientifica inglese, quella della prestigiosa British Ecological Society.

«I nuraghi sono tantissimi e sembrano apparentemente diffusi in tutto il territorio, eppure non è così – spiegaBagella – e così, anche in collaborazione con gli archeologi, abbiamo cercato di capire il motivo, senza volerci avventurare nel ginepraio delle ipotesi sul loro utilizzo, che da sempre fanno discutere e non ci competono. La Fondazione Nurnet aveva creato una carta dei nuraghi, mappandone circa 3.000 (quindi un campione piuttosto rappresentativo), anche se quelli conosciuti sono 5.126. Da questa carta emerge che ci sono delle zone dove la “nuvola” diventa più densa e delle zone dove è più rarefatta. La domanda che ci siamo posti è stata: i nuragici avevano una strategia nello scegliere dove costruire queste strutture?».

A Bagella e Malavasi è venuta in mente un’ipotesi: se c’era una strategia, questa doveva riguardare le risorse disponibili. Quindi la logica sulle scelte costruttive non poteva che essere legata alla situazione dell’ambiente e dei luoghi. «Abbiamo pensato di confrontare la situazione del paesaggio e quindi la distribuzione della vegetazione con la distribuzione dei nuraghi – dice la Bagella – . La cui costruzione però risale all’età del bronzo, quasi 3000 anni fa: occorreva una carta che riproducesse la vegetazione sarda prima delle modificazioni prodotte dall’uomo nel corso dei secoli. Presumiamo che il “verde” dell’isola fosse abbastanza intonso ai tempi dei nuraghi, quando la Sardegna era tutta un bosco. Poi è cominciata un’opera di disboscamento attuata per guadagnare spazi per l’agricoltura e la pastorizia». I due studiosi hanno utilizzato dei modelli di distribuzione già prodotti in passato e che dividevano il territorio in zone omogenee a seconda dei tipi di bosco, differenze determinate dal tipo di substrato (roccia) e di clima. Quindi si sono affidati a modellisti e informatici. Ed ecco cosa è emerso.

Marco Malavasi, che nella Repubblica Ceca ha lavorato anni in un dipartimento di geostatistica, ha utilizzato in particolare l’aiuto di due colleghi, il ricercatore Manuele Bazzichetto, ricercatore che ha vinto una borsa “Marie Curie”, e lo statistico Vojtech Bartac. «Col metodo statistico – dice Malavasi – abbiamo dapprima avvalorato l’ipotesi che i nuraghi fossero distribuiti in modo non uniforme, quindi abbiamo dato risposta alla seconda ipotesi, quella secondo cui questa distribuzione con addensamenti in alcune aree sia in qualche modo associata a qualche tipo di vegetazione. A quale? Sovrapponendo le mappe, è emerso in maniera inequivocabile e molto chiara che ce ne sono in particolare due nei quali i nuragici amavano costruire: le sugherete e i boschi di roverella».

«Ne abbiamo dedotto che i motivi della scelta di insediamento fatta dai nuragici fossero fondamentalmente tre – dice la Bagella – . Il primo: il tipo di prodotti forestali che la sughereta poteva dare e il fatto che le sugherete si sviluppano in condizioni ambientali particolarmente favorevoli sia per l’agricoltura che per l’allevamento. I nuragici hanno quindi iniziato a disboscare per allevare ovini e suini, e in base ai reperti trovati all’interno dei nuraghi si sa che sicuramente già coltivavano l’orzo e il grano (non lo stesso che conosciamo noi), e poi la viccia faba, progenitrice dei nostri legumi più utilizzati come le fave. Inoltre, ricavavano legno, sughero e altri prodotti del bosco associati alla presenza di querce (corbezzolo, erica) e anche altre specie di grande interesse per la produzione di miele. Infine, le sugherete s i sviluppano prevalentemente su suoli pianeggianti o leggermente acclivi e in zone dove c’è molto ristagno di acqua, in cui si formano i cosiddetti paulis, come nella giara di Gesturi, importanti per abbeverare il bestiame».

Se la vegetazione ha in qualche modo guidato l’edificazione dei nuraghi, «la cosa interessante – spiega Malavasi – è anche che i nuragici insediandosi e popolando quei tipi di boschi li hanno in qualche modo modificati. Così, quelli che oggi chiamiamo “pascoli arborati”, l’alternanza alberi-pascoli bradi abbastanza comune oggi nell’isola, con buona probabilità è stata creata da loro. E quella sorta di “esperimento empirico” dei nuragici ha avuto grande successo anche sotto il profilo dell’ecosostenibilità: non rovina il ciclo idrogeologico-chimico, non crea erosione né desertificazione, mantiene la biodiversità a un alto grado. Molto differente dal tipo di paesaggio agricolo moderno, fatto di grandi piantagione a carattere spesso intensivo». Insomma, spiega Malavasi, «questo lavoro si inserisce nella tendenza al recupero di usi e tradizioni dal passato che sempre più attirano l’attenzione degli studiosi vista la crisi ambientale e le modificazioni dovute al clima. Guardando al passato troviamo degli esempi virtuosi di gestione del paesaggio molto più vicini di quelli che crediamo e senza utilizzare grandi modelli matematici. Proprio ciò che hanno realizzato i nuragici, sui quali abbiamo contribuito ad aprire uno squarcio, considerando che non hanno lasciato tracce scritte».

E dietro questo studio c’è anche una lettura che va oltre l’aspetto puramente scientifico: «Il pascolo arborato è un paesaggio tipico dell’isola, se vai a Roma ne troverai un paesaggio totalmente diverso. È quindi una delle manifestazioni della cultura di questa terra – dice Malavasi – Così quando vedi questo tipo di ambiente ti rendi conto subito di essere a casa, perché è tipico di questa zona. Anche un paesaggio contribuisce a fornire il sense of place, il senso di identità, il bisogno di identificarsi con una cultura, necessario per creare le comunità sostenibili e per il benessere umano. In fondo questi paesaggi dell’età del bronzo, perché sono eredità di quel periodo, aiutano i sardi a sentirsi sardi».
 

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