Aceto: «Bravo Tittia, ma io ho fatto la storia»
Andrea Degortes, recordman del Palio di Siena con 14 vittorie. L’adorazione per Gigi Riva e la Sardegna «sempre nel cuore»
«La prima domanda la faccio io: Ranieri resta al Cagliari? Sa, perché la promozione in serie A è merito suo, ha preso la squadra in crisi e l’ha riportata in alto dove deve stare». Si certo, chi lo tocca Ranieri, è l’idolo dei tifosi. «Già, come Gigi Riva, un grande, indimenticabile. L’ultima volta l’ho visto 40 anni fa, è venuto a pranzo a casa mia e poi siamo andati insieme a vedere l’amichevole Prato-Cagliari. Da allora non ci siamo più sentiti. Per favore, può dargli i miei saluti? Gli dica così, lo scriva sul giornale: tanti saluti dal tuo carissimo amico Aceto. Me lo promette?». E a quel punto la voce un po’ si incrina, perché i ricordi fanno emozionare e Andrea Degortes, 80 anni, sta pensando alla Sardegna «alla mia infanzia a Olbia dove sono nato, e al mio migliore amico, un bravissimo pescatore, che ora non c’è più». La vita l’ha portato poco più che bambino lontano dall’isola e adattarsi al nuovo mondo non è stato facile: «Ma noi sardi siamo un grande popolo, ci facciamo amare e rispettare». Anche per lui è andata così, prima a Roma dove tutto è iniziato, e poi a Siena dove è diventato il re del Palio: 14 quelli vinti, record assoluto e una storia di successo «che nessuno potrà eguagliare. Oggi c’è Giovanni Atzeni (Tittia ndr), che è molto bravo e anche fortunato. E può vincere ancora perché è un campione, ma la storia.... l’ho scritta io».
Tittia ha vinto 10 volte il Palio, cinque di fila di cui l’ultimo domenica scorsa. È il suo erede?
«Si, non ci sono dubbi. È il più forte. È intelligente e scaltro, ha capito che Violenta era la cavalla vincente e l’ha ottenuta. E poi non ha concorrenti alla sua altezza. Ai miei tempi invece, non c’era solo Aceto... era una bella lotta».
Da ragazzino lei è Aceto per tutti, ma ha sempre amato questo soprannome?
«Come no, mi ha portato tanta fortuna. Me lo hanno dato a Roma, un giorno all’Ippodromo Le Capannelle. C’era un ragazzo che mi prendeva in giro per come parlavo, un po’ in sardo e un po’ in italiano. Sa, io ho studiato poco, da bambino stavo già dietro alle capre... e quello mi ha fatto imbestialire e l’ho riempito di botte. Lo stalliere ci ha separato e mi ha detto “che t’ha preso d’aceto?” che vuol dire “te la prendi per così poco?” Da allora per tutti sono diventato Aceto. E il primo Palio l’ho vinto nel 1965 con quel nome. Mi son detto: e chi lo lascia più?».
Da quel momento la sua carriera ha preso il volo e lei è diventato l’idolo di Siena.
«Vero, ma non solo a cavallo...»
Cioè?
«Diciamo che ho sempre avuto una personalità molto forte, una volta un amico mi disse “tu non hai bisogno di studiare perché le cose le impari sulla strada”. Ho sempre detto quello che pensavo e agito di conseguenza, sono stato un punto di riferimento per la città, venivo ascoltato. Tanti venivano a casa mia, da Pavarotti a Mel Gibson, Buffon e tanti altri calciatori e allenatori. Ricordo con emozione l’abbraccio di Papa Wojtyla e quello di Maradona...».
Ora invece?
«Ora i fantini sono solo fantini, sono bravi a cavallo e basta».
E poi, come è cambiato il Palio rispetto a quando correva lei?
«Ai miei tempi c’erano altre regole. Si era legati di più a una contrada e si correva per quella. Per esempio, io per 20 anni sono stato prevalentemente con l’Oca e con i suoi cavalli. Ho corso anche con altre, ma non c’era la possibilità di scegliere come oggi. Adesso i fantini sono liberi professionisti, decidono in base al cavallo e alle possibilità economiche delle contrade che li invitano».
È cambiata anche l’emozione?
«No, quella no. Ed è fortissima, è una cosa che non si può spiegare. Il Palio ti entra nel cuore, è l’orgoglio di una città intera. Da fantino lo vivevo in maniera più professionale, perché dovevo mantenere la concentrazione. Da spettatore è diverso, anche quest’anno mi sono emozionato tanto, nonostante sapessi già come sarebbe andata a finire, con la vittoria di Tittia».
Lei ha lasciato a 53 anni, dopo 58 Palii e 14 vittorie. Che ha fatto dopo?
«Avevo un allevamento di cavalli ma l’ippica non andava bene e ho mollato. Mi sono dedicato all’agricoltura, ho avviato un’azienda. Per un certo periodo ho fatto il manager di alcuni fantini, ora non più. Vivo in una villa bellissima con Marzia, la mia signora che ho sposato 56 anni fa. Mi godo la vecchiaia».
Quanto ha guadagnato dalle corse?
«Tanto, ma ho anche speso e sperperato molto. E nel 1985 mi è arrivata una botta da oltre 1 miliardo per guadagni non dichiarati.... per pagarla ho venduto la mia villa a Golfo Aranci. Comunque i fantini di oggi sono più ricchi».
Fantino e calciatore di serie A, quale è la differenza economica?
«È nettissima, siamo su due pianeti diversi. Ma un fantino di successo può guadagnare anche 500mila euro all’anno, e se corre e vince per una contrada ricca anche di più».
I suoi figli non hanno seguito le sue orme. Le dispiace?
«Per nulla. Ognuno ha scelto la sua strada ed entrambi con grande successo. Sono orgoglioso di loro. Antonio è un imprenditore affermato, Alberto è uno chef molto conosciuto. E poi c’è il mio nipote Andrea, che ha 9 anni e gioca a calcio: tira come Gigi Riva. A proposito...»
Dica.
«Si ricordi di mandargli i miei saluti».
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