Trenta milioni e un solido team per le grandi sfide
Il direttore Pier Luigi Fiori racconta il Dipartimento dove le scienze e la medicina sono protagoniste
Appese nei muri una copertina di “Science” e foto scattate in Vietnam, Angola, Guatemala. Sulla scrivania compiti da correggere. Negli occhi la luce che si accende quando racconta del prossimo progetto, del viaggio in programma, delle «punte di eccellenza che abbiamo raggiunto, ad esempio della genetica», dei «30 milioni di bilancio annuo la cui gestione è possibile grazie ad un solidissimo team amministrativo che, nonostante il numero di operatori estremamente esiguo, è in grado di supportare brillantemente le sfide scientifiche». Trenta milioni con risorse che arrivano da tutto il mondo «per finanziare centinaia di progetti di ricerca e cooperazione». La voce che si incrina quando ricorda i mesi terribili del Covid, quando nei laboratori di Microbiologia si analizzavano i tamponi e «non c’erano reagenti, non sapevamo cosa avevamo di fronte, passavamo le notti a lavorare sperando di dare un senso all’enorme dramma che tutti stavano vivendo».
Non è facile incasellare il Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università di Sassari, soprattutto se entrando nel palazzotto in viale San Pietro che lo ospita ci si aspetta di trovare silenziosi ricercatori incollati ai microscopi. «Sì – scherza il direttore del Dipartimento Pier Luigi Fiori –, c’è una parte del nostro lavoro che forse molti non immaginano, e che è ben lontana dall’essere “topi di laboratorio”. Certo, la ricerca, ai massimi livelli, è il nostro faro, e devo dire che poche cose possono dare lo stesso “brivido intellettuale” come la ricerca pura. Ma la nostra è una vita fatta di continue contaminazioni con tutti i settori, applicazioni su patologie spesso di grande impatto, ma anche nelle piccole cose della vita quotidiana. E poi la ricerca, per sua natura, è collaborazione internazionale, e spesso capita di avere più stranieri che italiani che girano per i nostri corridoi». Spazi che hanno finestre che guardano sul mondo dunque, quello dorato dei laboratori di eccellenza, dove i ricercatori sassaresi sono di casa, ma anche quello delle zone di guerra in Africa, in Guatemala, nel Kurdistan e in Afganistan.
E poi il Vietnam, dove i ricercatori Uniss sono di casa dal 2001. «Abbiamo una collaborazione ultraventennale – spiega Fiori – nata grazie all’impulso del professor Piero Cappuccinelli. Che ci dà enormi soddisfazioni. Da un lato ci occupiamo della creazione di infrastrutture sanitarie moderne, dall’altro di formazione universitaria di alto livello. In un paese che è molto avanzato dal punto di vista medico e nel quale raccogliamo a piene mani i frutti che in questi anni abbiamo seminato». Il fiore all’occhiello è l’accordo di collaborazione accademica con la Huè University of Medicine and Pharmacy. «L’obiettivo principale – spiega il direttore Fiori – è stato la realizzazione di laboratori-sentinella per le malattie infettive e quindi si è passati alla formazione di nuove figure professionali destinate a svolgere ruoli primari all’interno della struttura. È stato inoltre predisposto un piano per l’acquisto delle attrezzature per l’International Institute, ma le strutture ospedaliere hanno bisogno di competenze, ed è per questo che portiamo avanti i master e i dottorati e progettiamo di aprire un vero e proprio corso di laurea in Biotecnologie Mediche. Un’altra parte importante dell’attività in Vietnam è il Progetto Carlo Urbani, dedicato al medico e microbiologo italiano che per primo individuò la Sars proprio ad Hanoi, in Vietnam, nel 2003, e che di Sars morì. In sua memoria, sono stati costruiti un laboratorio di diagnostica avanzata microbiologica e virologica, dotato di una sezione a livello di biosicurezza 3 per patogeni ad alto rischio e un reparto di terapia intensiva con stanze per l’isolamento di pazienti contagiosi. E stiamo andando avanti con il progetto di costruzione a Huè dell’International institute for Biomedical research and Biotechnology, di cui faranno parte le strutture del Carlo Urbani Center già operative». Il direttore si ferma un attimo, per poi ribadire ancora: «È difficile raccontare il nostro lavoro senza fare un po’ di confusione. L’attività di ricerca nei settori della biologia, della medicina e della salute è orientata a offrire tecnologie e servizi in ambito pubblico e privato. Con l’obiettivo di migliorare la conoscenza dei meccanismi fondamentali che regolano gli aspetti fisiologici e patologici degli organismi viventi, i progetti di ricerca nell’ambito delle scienze biomediche promuovono la ricerca di base nelle scienze della vita, lo studio delle malattie umane e gli interventi terapeutici innovativi, con lo scopo ultimo di scoprire nuove opportunità per migliorare la salute dell’uomo. Un programma sconfinato e così ricco di possibilità e di contatti da rendere di fatto ogni cosa di nostro interesse». L’offerta formativa è articolata in una magistrale in Biologia e cinque triennali in Biotecnologie, Ingegneria industriale e informatica, Scienze biologiche e Scienze motorie, sportive e benessere dell’uomo, due dottorati di ricerca in Scienze Biomediche e Life Sciences and Biotechnologies e tre master di secondo livello in Medical Biotechnology, Medicina Estetica e Medicina Estetica Avanzata. «La caratteristica vera del nostro lavoro – spiega Pier Luigi Fiori – è la natura multidisciplinare dei progetti di ricerca. Abbiamo campi di azione (con numerosi progetti assegnati e finanziati) dove gruppi di ricercatori lavorano a studi di rilevanza nazionale e internazionale che spaziano dalla paleopatologia alla astrobiologia, dalla ricerca in ambito oncologico a quella sulle strutture del cervello che influenzano i processi mentali e il comportamento umano. Ci occupiamo di invecchiamento e medicina rigenerativa e dei fattori ambientali che predispongono a importanti malattie come tumori, malattie autoimmuni e infettive». Il tutto in stretta collaborazione con l’Aou. «Cito per tutte la collaborazione con Microbiologia e Virologia, che ha giocato un ruolo fondamentale nella diagnosi del Covid, contribuendo alla identificazione precoce e al monitoraggio delle varianti del virus. Ma anche Genetica e Biologia dello Sviluppo che si occupa di prevenzione, diagnosi e gestione delle malattie genetiche e Anatomia Clinica che verifica la presenza di anomalie e malformazioni fetali, a volte mal definibili attraverso i normali esami ecografici». Poi la “chicca” di ingegneria: «Gli ingegneri sono approdati nel nostro Dipartimento da un paio di anni, e li abbiamo accolti con grande piacere, curando la parte amministrativa. Devo dire però che immediatamente ci siamo ritrovati a parlare la stessa lingua in tantissime applicazioni dei loro studi. Soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo di materiali innovativi in ambito medico ed energetico e il monitoraggio e l’intervento riabilitativo motorio. E la collaborazione è massima e assolutamente soddisfacente». Una nota speciale poi alla Genetica: «Abbiamo la fortuna di avere una delle eccellenze mondiali in materia, il professore Francesco Cucca, genetista che dal 2010 dirige al progetto SardiNIA, fondato nel 2001 dal defunto dottor Giuseppe Pilia. Parliamo della ricerca sul genoma umano che ha coinvolto 10.000 volontari tra i 18 e i 105 anni appartenenti alla popolazione di quattro comuni dell’Ogliastra. In tutti questi anni il progetto è stato finanziato dal National Institute of Health del governo degli Stati Uniti, lo stesso che, per intenderci, ha guidato lo sforzo internazionale che vent’anni fa ha contribuito a decodificare la sequenza del DNA umano. Ma portiamo avanti anche studi che mirano a comprendere le alterazioni alla base di patologie complesse come la Sclerosi multipla e a identificare nuove strategie terapeutiche». Un’eccellenza che spicca in un quadro di collaborazioni internazionali con Stati Uniti ed Europa ai massimi livelli e una “fama” nazionale che apre molte porte. «Siamo una squadra che gioca in serie A – spiega divertito il direttore del dipartimento – magari non lottiamo per vincere lo scudetto ma facciamo sempre un campionato più che dignitoso, e ci capita qualche campione. Ma la cosa principale è che abbiamo una rete di collaborazioni ai massimi livelli possibili, che permette ai nostri ricercatori di essere connessi con le eccellenze nel mondo, e da questi contatti di partire per fare le loro scelte professionali e di vita. Abbiamo ex alunni che sono diventati professori ordinari nella Facoltà di Medicina dell’Università della California a San Diego, come Manuela Raffatellu, che dirige un suo laboratorio di ricerca ai massimi livelli, e altri che hanno avuto incredibile successo nel privato, come Bastiano Sanna che è diventato Executive vice president di un colosso come Biotech Vertex occupandosi di terapia cellulare e genetica. La ricerca a certi livelli è sicuramente una missione e una ragione di vita, ma sbaglia chi vede il ricercatore come un monaco che rinuncia alla fama e al guadagno. Se si arriva all’eccellenza tutte le scelte diventano possibili». Pier Luigi Fiori si ferma ancora, si gira e guarda una foto appesa al muro, scattata in Angola. «Poche cose danno gioia come la ricerca pura – chiude – una di queste è vedere la sua applicazione immediata in un paese in difficoltà. Non si dimentica quando il tuo operato cambia letteralmente un destino. È difficile incasellare questo dipartimento: ricerca, internazionalizzazione e cooperazione, ma soprattutto vita.
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