La Nuova Sardegna

Sanità

Terapia intensiva pediatrica: zero posti letto nell’isola

di Silvia Sanna
Terapia intensiva pediatrica: zero posti letto nell’isola

La denuncia: impossibile in Sardegna curare i bambini in condizioni critiche. Indispensabili i voli salvavita per raggiungere gli ospedali nella Penisola

05 novembre 2023
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Sassari Bambini in volo sui mezzi dell’Aeronautica militare per raggiungere un ospedale dotato di terapia intensiva pediatrica, dove possano essere curati. Si chiamano voli salvavita e non è un caso, perché quasi sempre si tratta di una corsa contro il tempo e dell’unica possibilità di sopravvivenza per i piccoli pazienti sardi. In Sardegna, infatti, non esiste la terapia intensiva pediatrica: neppure un letto a disposizione, caso che balza ancora di più agli occhi per la condizione di isolamento e lontananza dalla Penisola della nostra regione. Non è una novità: da anni si discute della necessità di tamponare questa gravissima emergenza, ma nulla sinora è stato fatto. E l’isola resta ferma a quota zero letti.

La denuncia A riportare il caso alla ribalta è una lettera-denuncia pubblicata sulla rivista scientifica Lancet. Un gruppo di medici ha fatto la fotografia delle terapie intensive pediatriche in Italia, mettendo in fila numeri allarmanti ed evidenziano proprio il caso eclatante della Sardegna. I posti letto complessivi nel Paese sono solo 273, a fronte di quasi 10milioni (9.788.622) potenziali pazienti, tra bambini e adolescenti. Tradotto: c'è un posto letto di terapia intensiva ogni 35.586, lontano dall'indicazione europea di un posto letto ogni 20-30mila piccoli. La Germania ne ha uno ogni 20mila. Secondo gli standard raccomandati, in Italia dovrebbero essercene 482. La carenza percentuale generale è del 44,4% e la distribuzione è molto disomogenea nel territorio.

La mappa Sedici Regioni hanno meno del 25% dei posti necessari, sei non hanno una terapia intensiva pediatrica, la Sardegna non ha il reparto e neppure un posto letto assegnato. Nella cartina geografica si va dai 128 posti letto al Nord, a fronte di un fabbisogno di 222, ai 55 del Sud, dove ne servirebbero 168, e ai 90 del Centro, sotto solo di 2 posti letto. Ad alzare la media in centro Italia sono le 3 terapie intensive pediatriche del Lazio: Gemelli, Bambino Gesù e Umberto I, tutti importantissimi ospedali di riferimento per l’intero Paese. Invece in Valle D'Aosta, Trentino Alto Adige, Umbria, Molise, Basilicata e appunto Sardegna non c'è nemmeno un posto letto e se un piccolo paziente arriva in ospedale in condizioni particolarmente critiche, deve essere immediatamente trasferito in un'altra regione. Una corsa contro il tempo che nel caso sardo viene affidata ai mezzi dell’Aeronautica militare. Fino a un mese fa con uno zero sulla cartina c'era anche l'Abruzzo, dove la prima terapia intensiva pediatrica è stata inaugurata ai primi di ottobre a Pescara. Questa la situazione nelle altre regioni: 15 posti letto in Piemonte, 22 in Liguria, 46 in Lombardia, 15 in Emilia Romagna, 24 in Veneto, 6 in Friuli Venezia Giulia, 22 in Toscana, 10 nelle Marche, 58 nel Lazio, 21 in Campania, 4 Puglia, 6 in Calabria, 24 in Sicilia.

L’analisi «La situazione è veramente critica, al Sud è drammatica. Ci sono delle zone dell'Italia in cui i bambini non hanno le stesse probabilità di essere curati nella stessa maniera rispetto ad altre zone, e questo è inaccettabile», dice Leonardo Bussolin, presidente della Società di anestesia e rianimazione neonatale e pediatrica italiana, tra gli autori dello studio. Poi la riflessione sul caso Sardegna: «Di solito i bambini che necessitano di trattamenti intensivi salva-vita vengono trasferiti all'ospedale Gaslini di Genova, qualche volta al policlinico Gemelli di Roma. Ma è evidente che non è una procedura così banale, dipende anche dalle condizioni meteorologiche e richiede un grande impegno, perché trasferire un paziente critico in aereo vuol dire che a bordo ci devono essere delle professionalità superlative per garantirne la massima sicurezza. Proprio per la condizione geografica, la Sardegna deve avere una sua terapia intensiva pediatrica».

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