La Nuova Sardegna

Una città e le sue storie
Una città e le sue storie – Sassari

Tra cipressi, piramidi e sculture al cimitero la storia è ancora viva

di Dario Budroni
Sassari cimitero monumentale la tomba piramide di Francesco Ardisson
Sassari cimitero monumentale la tomba piramide di Francesco Ardisson

Nel monumentale le tombe dei personaggi più illustri della città di una volta

15 dicembre 2023
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Angeli in estasi e nuvole bianche si innalzano fino al culmine di una piramide di mattoni rossi. Giuseppe Dessì, il ricco tipografo ucciso agli albori del Novecento da una pallottola sparata in un sentiero di Logulentu, per sé e sua moglie immaginò una tomba decisamente diversa dal solito. I simboli cristiani non finirono del tutto in soffitta, ma per la guardia al suo corpo senza vita scelse comunque due eleganti leoni con la testa di ariete. Nessuna adorazione del tramontato dio Sole egizio. Dessì era solo un uomo che, per il suo eterno riposo, decise semplicemente di seguire la moda dei tempi. «Certi richiami sono di tipo estetico. Dopo le campagne di Napoleone, in Europa prese piede una vera e propria mania per l’egittologia» sottolineano dall’associazione Quiteria, che, tra rievocazioni e tour a spasso per la città, da qualche anno racconta in modo avvincente e innovativo la storia di Sassari e dei suoi grandi e piccoli personaggi. Molto più sobrie, invece, le tombe dei due presidenti della Repubblica. Anche perché, quando vissero e poi morirono, i tempi erano nel frattempo decisamente cambiati. Entrambi sepolti insieme ad altri familiari, Antonio Segni e Francesco Cossiga riposano sotto una semplice lastra di marmo che ricorda nome, cognome e date di nascita e di morte. L’altro gigante della politica, Enrico Berlinguer, è invece sepolto a Roma al cimitero di Prima Porta, insieme al padre Mario. La mamma Maria Loriga è a Sassari. Così come è in città l’altro Enrico Berlinguer, fondatore della Nuova Sardegna e nonno del futuro leader del partito comunista.

Ma basta solo fare due passi sotto le chiome dei cipressi del cimitero monumentale di Sassari per imbattersi in tante altre storie e misurarsi con le dimensioni di un passato che, in qualche modo, ha ancora molte cose da dire. Tra croci, foto, epitaffi e sculture di pregio, superare il pesante cancello di via San Paolo significa fare un viaggio in un tempo che, paradossalmente, in qualche modo sembra essere ancora vivo.

Calamasciu Il cimitero venne realizzato a partire dagli anni Trenta dell’Ottocento dopo l’impulso napoleonico. «Ci troviamo fuori le mura – spiega Maria Rita Piras, la presidente di Quiteria –. L’editto di Saint Cloud, per ragioni di salute pubblica, vietava infatti le sepolture nelle chiese o comunque sempre all’interno dei centri abitati. Quindi venne individuato questo spazio chiamato Calamasciu. Sotto scorre infatti l’omonimo rio. È una area comunque già legata al regno dei morti. Qui accanto c’era già il cimitero della chiesa di San Paolo e poi anche le forche. I sassaresi di allora, in ogni caso, almeno all’inizio non amavano questo luogo: la tradizione era quella di seppellire i morti nelle chiese, dentro la città, e non fu certo facile e accettare la novità».

Adesso, tutto attorno, c’è il nuovo cimitero. Ma il nucleo più vecchio, cioè il monumentale, appare quasi come allora. «Venire qui è come fare un viaggio nella Sassari dell’Ottocento e del Novecento» dice Laura Lanza, anche lei componente di Quiteria insieme a Cristina Marche e Fabrizio Vanali, quest’ultimo, tra l’altro, curatore della pagina Facebook dedicata al cimitero monumentale e alle persone qui sepolte. «Organizziamo passeggiate anche a tema – dice Piras –. Ma sempre con grande rispetto, silenzio e massima discrezione. È un luogo sacro».

La serva e il terremoto Così, una volta entrati nel cimitero, il primo a conquistare la scena, suo malgrado, è Attilio Cadolini. La sua tomba, con arco, colonna e sarcofago di marmo, è la prima a elevarsi appena superato il cancello di via San Paolo. Opera del grande scultore Giuseppe Sartorio, che qui ha realizzato un centinaio di tombe, accoglie i resti di un giovane avvocato sassarese morto nel 1888. «Fu ucciso in via Università – spiega Vanali – da una donna di Osilo. Era la sua serva, si invaghì di lui». Poco più avanti, a un lato, si vede invece la tomba in stile liberty del capitano di vascello sassarese Francesco Passino, della moglie Maria e dei due figli. Morirono nel 1908 nel devastante terremoto di Messina. «La tomba rappresenta infatti un maremoto – spiega Laura Lanza –. Si vedono le onde che travolgono una famiglia. I corpi dei Passino vennero ritrovati tra le macerie da Costanzo Ciano, il padre di Galeazzo». Vicino riposa poi il grande compositore sassarese Luigi Canepa, morto nel 1914. «Anche qui siamo in pieno stile liberty – sottolinea Piras –. Il busto di Canepa, per la gloria della sua arte musicale, è ornato di alloro. La sua fama era di livello nazionale e fu anche un eroico combattente del Risorgimento. Fu un grande personaggio sassarese».

Il povero Costa Qualche passo e per terra spunta la tomba dello scrittore Enrico Costa, morto nel 1909 e tra l’altro cugino di Canepa. Nonostante la sua immensa opera in favore della storia e della memoria di Sassari, la sua tomba è in stato di abbandono. «È trascuratissima – dice Piras –. Il monumento fu allora realizzato dal Comune e oggi si trova in queste condizioni. Non si legge quasi più neanche il nome». Il maggiore Agostino Tiragallo, invece, ormai non lo conosce quasi nessuno. Morto nel 1875, vanta però una bellissima foto. «Fu un eroe della battaglia di Custoza e partecipò alle campagne garibaldine – spiega Laura Lanza –. Poi accadde che la sua città cominciò a criticarlo anche duramente. Vennero messi in dubbio i suoi successi militari. Così lui scrisse un libretto per descrivere azioni e battaglie».

Gigantesca la tomba di Giovanni Antonio Sanna, l’imprenditore e il politico illuminato scomparso nel 1875 e che, tra le altre cose, donò una collezione di opere e reperti che divenne poi il nucleo del museo di via Roma a lui intitolato. «Famoso per essere il concessionario della miniera di Montevecchio – dice Lanza, grande conoscitrice della storia di Sanna –, morì a Roma e, per problemi interni alla famiglia, la sua salma fu riportata a Sassari solo diversi decenni dopo».

Piramidi e muratori Il cimitero, soprattutto una volta, era lo specchio della società. Nobili e borghesi tenevano a manifestare il loro status anche da morti. Ma al monumentale ci sono anche tante tombe di persone comuni. In un angolo, in tre loculi, riposano per esempio i muratori Cosimo Castiglia, Nicola Fundoni e Antonio Coradduzza. Sono le vittime della strage di Cappuccini, morti nel 1910 per un incidente di lavoro nell’ospizio del colle. Non molto lontana la tomba di Domenico Prizzon. Era un professore delle scuole medie e riposa sotto un Cristo morto scolpito dal celebre scultore nuorese Francesco Ciusa. E poi, naturalmente, i pezzi forti del cimitero monumentale di Sassari: le due piramidi. Una, come detto, la fece costruire il tipografo Giuseppe Dessì. A scolpirla furono Giuseppe Sartorio e Andrea Usai. Dentro ci sono lo stesso Dessì e la moglie Anna Maria Chiarella. «Erano un punto di riferimento del settore dell’editoria – spiega Piras –. La loro tipografia stampò importanti opere, tra cui quelle di Grazia Deledda, e anche le prime copie della Nuova Sardegna». Dessì venne assassinato nel 1901 lungo la strada per Sorso. Si trovava insieme all’avvocato Cocco Lopez, con tutta probabilità soltanto quest’ultimo il vero bersaglio dell’agguato. E proprio accanto c’è la seconda piramide di Sassari: la volle Francesco Ardisson, proprietario di un importante oleificio, per la moglie Maddalena Schiappacasse. La firma è di Andrea Usai. Anche in questo caso regna la moda dello stile egizio, ma ad attirare lo sguardo è la figura della morte, uno scheletro incappucciato che attira a sé Maddalena, a sua volta trattenuta dai suoi cari. Ricca di elementi e testimonianze scolpite della Sassari di allora, la piramide accoglie anche il corpo dello stesso Ardisson. Due passi più in là, invece, la tomba di Giorgio Sisini, l’ideatore e fondatore della Settimana Enigmistica.

Il circolo e le conce E poi ecco Maurizio Pintus, morto nel 1920, imprenditore e proprietario della tenuta di La Crucca e dell’elegante palazzo del Circolo sassarese. «Era un uomo molto ricco – spiega Maria Rita Piras –. La sua tomba è meravigliosa e a scolpirla fu Mario Rutelli, il bisnonno di Francesco, l’ex sindaco di Roma». Lo stesso che realizzò importanti opere in piazza Esedra, sempre nella capitale. Luigi Fasoli, che disegnò il bel palazzo Giordano Apostoli di piazza d’Italia, faceva invece l’ingegnere. Investì anche nel mulino Azzena-Mossa, dove morì nel 1894. «La sua fine fu tragica – ricorda Vanali –. Rimase incastrato negli ingranaggi del mulino. Venne trasportato all’ospedale di piazza Fiume, ma non riuscirono a salvarlo». Grandi guadagni, un tempo, arrivavano dall’attività delle concerie. E Gervasio Costa e Salvatore Dau, due importanti conciatori, sono sepolti a pochi metri di distanza. «Non erano troppo rivali tra loro – spiega Lanza –. Riuscivano a diversificare i loro mercati. E ricordiamo che la conceria Costa è stata il primo edificio a Sassari a essere illuminato dall’energia elettrica. Quando accesero le luci, accorse tutta la città». Duilio Piacentini, invece, faceva l’aviatore. Nacque in Brasile ma sposò una donna sassarese. Morto nel 1943 nella zona di Oristano, al posto della croce si ritrova un aereo da guerra scolpito nel marmo. E c’è anche Antonio Usai, grande scultore allievo di Sartorio insieme al fratello Andrea, pure lui con una tomba decisamente curiosa. Sopra di lui, infatti, la scultura di uno strillone della Nuova Sardegna addormentato. «Usai era il bisnonno di mio marito – sorride Cristina Marche –. Lavorò in Tunisia e poi aprì un laboratorio a Porta Sant’Antonio».

L’uccisa e la deportata Anche Marialisa De Carolis, musicista e organizzatrice dell’ente musicale, è a Sassari. Arrivò in città dopo aver vinto un concorso, poi sposò il nobile Francesco Pilo. Dietro, invece, c’è la tomba di Ellen Giles, americana di Philadelphia. Antropologa e giornalista, si trasferì nell’isola per inseguire il mito della Sardegna arcaica. Viveva in via Roma e nel 1914 fu trovata senza vita dalla domestica, con una pistola accanto. Si parlò di suicidio, ma con tutta probabilità si trattò di omicidio. E ha una tomba, anche se il suo corpo non c’è, pure la professoressa Zaira Coen Righi. Ebrea, venne deportata ad Auschwitz. Nel campo di concentramento finì subito tra le mura di una camera a gas.

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