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Camilla Piredda: «Negli Atenei molestie e abusi, le donne trattate come oggetti»

di Luigi Soriga
Camilla Piredda: «Negli Atenei molestie e abusi, le donne trattate come oggetti»

Oltre 1500 le segnalazioni raccolte dalla coordinatrice Udu. Il dossier oggi sarà illustrato alla Camera: «Ambiente patriarcale e sessista»

07 marzo 2024
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Sassari Il femminicidio di Giulia Cecchettin è solo lo squarcio di luce in un sottobosco buio e schifoso. Da quel momento altre denunce di soprusi e violenze, un susseguirsi di lampi di coraggio, fino al bagliore del “me too” di Torino. Le studentesse universitarie che in massa scoperchiano le molestie sessuali fatte da docenti, assistenti, capi dipartimento, relatori di tesi, e così facendo riesumano un anfratto limaccioso della coscienza collettiva, che tutti custodiscono da decenni, ma del quale si parla solo sottovoce, per troppa deferenza e paura: quello degli atenei sessisti, dove l’abuso e l’umiliazione per le donne è all’ordine del giorno, e dove si fa sistematicamente leva sull’esercizio del potere.

Camilla Piredda ha 24 anni, capelli rossi, piercing al naso, rossetto, occhi grandi che non si abbassano. Fino ai 18 anni ha vissuto a Guamaggiore, paesino di 1000 anime nella Trexenta, poi ha studiato al liceo Siotto Pintor di Cagliari, e infine Sociologia a Bologna. È carina, e se nella sua carriera universitaria non ha mai ricevuto una sola avance, probabilmente è per un’adeguata contraccezione agli abusi: «Mi avevano messa in guardia. All’Università girava una sorta di libro nero con gli insegnanti da evitare. Con quello meglio non andare mai a colloquio da soli, quell’altro è famoso per le battute squallide, l’altro ancora allunga le mani. Insomma, una alla fine adotta le precauzioni per sopravvivere. Ma l’Università non dovrebbe mai essere un luogo simile».

Invece, da sempre, è un territorio di caccia, dove il predatore, bava alla bocca, osserva le prede dall’alto, sopra il piedistallo della sua cattedra. E il carniere è sterminato. Camilla Piredda, che adesso è coordinatrice nazionale dell’Unione degli Universitari (Udu), ha tra le mani un dossier con oltre 1500 segnalazioni di molestie sessuali subite nei vari atenei italiani. Il faldone è la sostanza di un’indagine chiamata “La tua voce conta”, e in occasione della festa della donna, verrà illustrata alla Camera dei Deputati. «Anche Sassari e Cagliari non fanno eccezione. Parliamo di un fenomeno spalmato in maniera omogenea su tutta la Penisola. Hanno risposto al nostro questionario diverse studentesse sarde».

Il report non è anonimo, ma corredato di nome e cognome delle vittime di violenza, con episodi descritti con minuzie di particolari. Alcuni racconti sono diventati inchiostro in denunce formali, altri sono rimasti a decantare nel cantuccio dei brutti ricordi. Purtroppo chi è uscito allo scoperto quasi mai ha ottenuto giustizia: «Gli Atenei tendono a mettere al primo posto il proprio prestigio e la propria immagine – dice Camilla – invece della dignità di una studentessa».

Così, tra le 1500 testimonianze, ad esempio si legge: “Il mio professore della tesi mi abbracciava, mi dava i pizzicotti nel fianco, faceva commenti allusivi. Inutile dire che non sono stata mai in grado di reagire, era il professore coordinatore del corso da cui dipendeva la mia laurea. Io mi pietrificavo ...».

Oppure: “Alcuni docenti si sono permessi di molestarmi verbalmente e di toccarmi. Queste problematiche sono state presentate al consiglio dei docenti e alla direzione, ma i colpevoli in questione sono stati soltanto ammoniti, ad oggi stanno ancora insegnando nello stesso ateneo”.

E ancora: “Poco prima dell'inizio di un esame, il prof mi ha chiesto cosa facessi nella vita oltre a studiare. Gli risposi che lavoravo come hostess. Ha ribattuto dicendomi con quel visino può fare la escort, ci pensi. Guadagnerebbe anche bene”.

Le cose, purtroppo, andavano più o meno così: “Varie ragazze hanno denunciato diverse molestie avvenute all’interno dello spazio universitario perpetrate da professori, sia verbali sia fisiche che, nonostante siano state fatte arrivare in consiglio accademico sono state ignorate umiliando le vittime e chiedendo a queste ultime di presenziare da sole con il carnefice e il direttore per poterne discutere, mettendo anche in una posizione scomoda e di disagio la vittima”.

Così tutto si riduce alla “mia parola contro la tua”, la vittima resta inchiodati con le spalle al muro, con la paura di esporsi e di raccogliere altre testimonianze o prove.

«Quasi 3 anni fa ho subito un tentativo di violenza, nel bagno femminile degli spogliatoi della mia università, da parte di una persona delle pulizie. Ho denunciato l'accaduto al direttore del dipartimento, al presidente del corso di studi, alla manager didattica, alla consigliera di fiducia (che ha saputo solo dirmi che avrei dovuto prestare piu attenzione e farmi più furba...). Il mio dipartimento si è attivato, ha convocato questa persona, che si è difesa dicendo che era la sua parola contro la mia e che mi avrebbe denunciato per diffamazione e qui tutto si è fermato, nessuno ha provato a fare altro. Ad oggi io lo incontro ogni giorno, a qualsiasi ora, nel posto in cui ha provato a violentarmi».

«Il vero problema – conclude Camilla Piredda – è che l’università, cioè il luogo che dovrebbe produrre culture e aprire le menti, spesso rimane un ambiente patriarcale e sessista: la donna è vista come un oggetto, e chi ha potere si sente autorizzato a prenderselo».

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