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Giovanni Sergi piccolo grande uomo: ha imparato il mondo da un nuraghe

di Luigi Soriga
Giovanni Sergi piccolo grande uomo: ha imparato il mondo da un nuraghe

Disabile e analfabeta, raccontava l’archeologia di Barumini in quattro lingue. Simile a Novecento di Baricco: i luoghi venivano da lui con gli occhi dei turisti. La nipote Barbara Figus ha scritto un libro su di lui: quando parlava tutti i visitatori restavano incantati, fragilità e handicap sparivano di colpo

09 marzo 2024
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Sassari Presente il libro Novecento di Baricco, quello che ha ispirato il film “La leggenda del Pianista sull’Oceano” di Tornatore? Era la storia di un uomo nato e cresciuto in un Transatlantico, nel suo sguardo solo orizzonti d’acqua e le banchine dei porti, mai messo piede sulla terra ferma: ma conosceva il mondo attraverso gli occhi, e i racconti dei passeggeri che lo sfioravano.

Giovanni Sergi, 80 anni a luglio, è come lo straordinario personaggio di quel libro. La sua vita ha sempre orbitato intorno al Nuraghe di Barumini, un’esistenza stiracchiata in due chilometri quadrati, non ha mai osservato nient’altro che quelle pietre. È analfabeta, ma ha assorbito il mondo dalle storie di migliaia di turisti. Non sa leggere e scrivere, ma parla l’inglese, il tedesco e il francese. E quelle storie, le custodisce con una tale amore, che ormai sono diventate le sue.

La sua, di storia, invece, l’ha raccontata la nipote in un libro. È una piccola gemma, che risplende di candore e affetto. «L’ho intitolato “Piccolo grande uomo – dice Barbara Figus – e gliel’ho consegnato tra le mani il 7 ottobre scorso, in occasione della festa che il paese di Barumini gli ha dedicato. La prima cosa che ha fatto zio, è stato tradurre il titolo in tre lingue. Quindi per le edizioni estere sono già a posto. Poi l’ha sfogliato e si è commosso. Ma questo in foto sono davvero io? Diceva. Per mesi l’ha tenuto sempre con sè». Come se poggiarlo da qualche parte, significasse separarsi dal suo passato. Perché tra quelle pagine abitano ancora i suoi ricordi più belli.

Giovanni Sergi è nato il 06 luglio del 1944 e fino a nove mesi era un bambino sano e bello. Poi però si ammalò di meniginite, rimase ricoverato per quattro mesi in clinica, e si salvò per miracolo. Purtroppo la malattia lasciò dei segni indelebili: un’invalidità fisica e mentale. «Mio zio riuscì a camminare solo verso i quattro anni, ma zoppicando trascinando la gamba destra». A quei tempi non si parlava ancora di bullismo. La cattiveria dei bambini non aveva filtri, si rovesciava addosso in purezza: i compagni lo prendevano in giro e lo picchiavano. Il padre in seconda elementare, decise di ritirarlo da scuola. «Un giorno uscì di casa da solo, alcuni bambini lo presero e lo legarono dentro un sacco di iuta per poi buttarlo dentro una grande vasca piena d’acqua che serviva per abbeverare gli animali. Rischiò di affogare, e sarebbe morto se non fosse passata di lì una signora che lo sentì urlare e lo salvò». Fu un segno del destino, perché da quel momento la sua vita cambiò. Il padre, che faceva il custode di “Su Nuraxi”, decise di non lasciarlo più solo e portarlo con sé a lavoro, tutti i santi giorni. E quando il padre morì dopo una caduta dalla bicicletta, Giovanni prese il suo posto. Il nuraghe divenne la sua seconda casa, e la sua ragione di vita.

«Ho deciso di raccontare la storia di mio zio – dice Barbara – perché è speciale così come lo è lui. È una storia di riscatto, di dignità riconquistata: un messaggio positivo sulla disabilità. Attraverso il lavoro zio Giovanni ha trovato se stesso. Quando i visitatori andavano al villaggio nuragico, si aspettavano chissà quale guida. E invece gli si presentava mio zio, con la sua paglietta, la camminata strascicata, il suo fare un po’ strano. Ma appena iniziava a parlare tutti rimanevano incantati, l’handicap d’un tratto svaniva, il disabile non c’era più». Rimaneva una descrizione di quei luoghi precisa, dettagliata, avvincente e appassionata. «Ho imparato tutto da professor Lilliu – dice Giovanni – lui e mio padre sono stati i miei maestri». Ora che non cammina più, che passa le giornate su una sedia a rotelle in una casa di cura, nella sua testa continuano a vivere migliaia di volti, date, frammenti di archeologia che lui riesce ancora a far combaciare. E soprattutto le pietre di Barumini, che pulsano come avessero ciascuna un cuore. «Se un giorno dovesse crollare Su Nuraxi – dice Giovanni – io potrei ricostruirlo a occhi chiusi, pezzo dopo pezzo. Nessuno lo conosce come lo conosco io».

Gli ha dedicato ogni giorno, per quasi quarant’anni. «Mi riempivo le tasche di frutta, pane, merendine, e sia che fosse bel tempo, sia piovesse. Io andavo». Mai un’assenza, anche d’inverno, quando il villaggio era deserto. «Quando vedevo i ragazzini delle gite scolastiche salire sui muretti, io li rimproveravo: “Callaindi a terra, brutus Cartaginesus chi non seis atrus!”». Si sentiva un po’ il padrone del nuraghe. Gli dava sicurezza, era il suo fortino, che lo proteggeva dalle sue fragilità. Le altre guide, i visitatori, i turisti, gli volevano bene: «I tedeschi e i francesi mi toglievano il cappello e lo riempivano di soldi. Una volta uno ci ha infilato centomilalire. I sardi invece erano più spilorci. Ho conosciuto le gemelle Kessler, Andreotti, Zaccagnini, i reali di Spagna e perfino la Regina Elisabetta». In tanti si scattavano le foto insieme a Giovanni, e poi gliela recapitavano per posta, con una dedica affettuosa. «Riceveva tantissime lettere da tutto il mondo – racconta la nipote – si faceva voler bene, lo coccolavano e lui ne era strafelice».

Un giorno però il comune di Barumini assunse la gestione del sito archeologico. Arrivò la comunicazione, e per Giovanni Sergi fu un fulmine a ciel sereno: non poteva più stare nel sito, in pratica lo stavano licenziando. «Ricordo ancora la sua tristezza – dice Barbara – Iniziò per lui un periodo di depressione, si sentiva tradito e messo da parte. Per sfogare il suo malessere, iniziò a camminare tanto». Inizialmente le passeggiate lo portavano al nuraghe, le macchine gli suonavano il clacson perché stava nel mezzo della strada. Ogni tanto però passavano i pullman diretti al suo nuraghe, e si emozionava. Alcune guide turistiche lo riconoscevano e scendevano dal pullman e lo abbracciavano.

Per lui il tempo è come se si fosse fermato a quegli anni: ogni tanto i ricordi si mescolano, si aggrovigliano, ma in certi giorni la memoria ritrova la strada e descrive le cose in maniera ancora nitida e dettagliata. Le nipoti vanno a trovarlo nella casa di cura, e a lui che non conosce l’alfabeto, ma parla quattro lingue, gli leggono qualche pagina del libro. Gli occhi vispi, che ancora ridono, improvvisamente si fanno lucidi. «Mi manca il mio nuraghe – dice zio Giovanni – ho nostalgia di vedere le mie pietre. Quella era la mia casa».

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