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La testimonianza

Il racconto di Elisabetta: «Ho guardato il piatto e ho pianto. Non posso mangiare questa roba»

Il racconto di Elisabetta: «Ho guardato il piatto e ho pianto. Non posso mangiare questa roba»

Una storia a lieto fine: grazie a un percorso psicologico sono riuscita a ritrovare il piacere del cibo

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Sassari «Un giorno ero a tavola con i miei. Ho guardato il piatto e sono scoppiata a piangere. Io non posso mangiarlo, ho detto. Avevo sedici anni».

Ora Elisabetta ne ha trenta, e ha fatto un lungo percorso psicologico prima di riconquistare un rapporto di normalità col cibo.

«Attenzione, non posso dire di essere guarita. L’anoressia non è una patologia dove c’è un interruttore che dice spenta o accesa. È subdola, si ripresenta, non ha confini definiti. Ma ora, dopo un lungo lavoro su me stessa, ho acquisito gli strumenti per capire che i disturbi alimentari sono solo l’effetto di qualcos’altro di più profondo. Ed è lì che bisogna scavare».

Ci sono voluti diversi anni, viaggi fuori dalla Sardegna per essere seguita da centri specializzati e da equipe multidisciplinari. Ci sono stati periodi in cui Elisabetta ha perso moltissimo peso, ma non parlerà mai di chili: «Si tende a costruire la propria identità e anche la gravità dell’anoressia, sulla base dei numeri. E questo è sbagliato: io ad esempio ho passato i miei periodi più difficili proprio quando ero apparentemente in forma, mentre dentro ero devastata».

Non esistono ricette per guarire, e forse nemmeno si guarisce mai: «Ogni persona è a sè e ogni disturbo si declina in maniera differente. Io non mi sento di poter dispensare consigli. In quei periodi si vede tutto nero, andare alle cene con gli amici è un’agonia, senti tutti gli occhi sul tuo piatto. Sei convinta che non hai via di scampo, e che la tua vita sarà sempre così».

Invece si può lentamente risalire: «È importante avere intorno persone che ti ascoltino con tatto e delicatezza. Bisogna aprirsi e farsi aiutare. Non bisogna avere paura o vergogna di chiedere aiuto. E chi ti vuole bene deve ricordarti ogni giorno che non sei un mucchietto di pelle e ossa, ma sei tanto altro. Devono essere dei fari solidi in mezzo alla tempesta, perché l’anima è davvero sballottata nella tempesta. E i tuoi cari devono essere la luce. Devono imparare ad ascoltare, senza mai essere invadenti. La loro presenza è fondamentale». (lu.so.)

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