La Nuova Sardegna

La testimonianza

Inchiesta Monte Nuovo, il medico Tomaso Cocco parla della drammatica esperienza vissuta in carcere

Inchiesta Monte Nuovo, il medico Tomaso Cocco parla della drammatica esperienza vissuta in carcere

«La prigione è una pena corporale, non un semplice divieto alla libertà di circolare»

06 aprile 2024
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Sassari Il medico Tomaso Cocco, primario del reparto di Terapia del dolore dell’ospedale Binaghi, tornato in libertà il 21 marzo scorso, dopo avere passato un periodo ai domiciliari, con un post su Facebook ha parlato della drammatica detenzione in carcere. Ecco le sue parole:

«Dolore fisico e Carcere. La prigione è anzitutto una pena corporale, non è un semplice divieto posto alla libertà di circolare, come si è provato a dimostrare fin qui. Pena corporale perché il suo scopo è quello di spezzare la personalità, in questo non facendo che seguire con altri mezzi il cammino segnato dalla tortura. Posso dire però che la reclusione è organizzata come se volesse farci dimenticare che abbiamo un corpo. Il corpo reso muto è un corpo da dimenticare.

Il corpo ignorato smette però di reagire come un animale domestico. E l'animale in gabbia rivela - anche se sembrava domestico - caratteristiche fino ad allora poco conosciute. La prima scoperta da farsi è che il corpo ignorato non produce vuoto ma dolore: dolore fisico. Il dolore è una reazione all'ignoranza del corpo, serve a ricordarci che siamo un corpo. E' l'aspetto assunto dal senso della realtà, criterio di verità che prova ad ancorare la mente al mondo, dicendoci che ne siamo parte. E' la parola dei muti ai quali non è consentito il gesto». 

La notizia del ritorno in libertà di Cocco, coinvolto nell’inchiesta Monte Nuovo, era stata accolta con favore da parte dei legali del medico, gli avvocati Rosaria Manconi e Fabio Varone. Cocco fino al 21 marzo si trovava ai domiciliari a Tula, dove vive un suo familiare. In precedenza, a sorpresa, dal carcere di Uta era stato trasferito a Palermo, nella casa circondariale Pagliarelli, destinata alla detenzione di mafiosi in alta sorveglianza. Il tutto nonostante il Tribunale del Riesame di Cagliari avesse escluso l’ipotesi di associazione mafiosa, ipotizzando una semplice associazione a delinquere finalizzata a compiere reati contro la pubblica amministrazione. 

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