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Edifici in rovina da recuperare, l’urbanista: «Norme contrastanti»

di Claudio Zoccheddu
Edifici in rovina da recuperare, l’urbanista: «Norme contrastanti»

Dai centri storici alla periferia, le città e i paesi dell’isola collezionano ruderi. Alessandra Casu: «Oltre alle successioni complicate, restaurare uno stabile è molto difficile»

07 aprile 2024
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Sassari La loro presenza è piuttosto evidente e diffusa. E, come ha dimostrato il tragico caso di Nuoro, gli immobili in rovina possono essere molto pericolosi. Dietro l’abbandono, però, non c’è solo il lassismo dei proprietari, spesso coinvolti in avventurose successioni ereditarie, ma anche un bisticcio normativo che complica il recupero degli immobili. «A Berlino, se possiedi un immobile ma per dieci anni non lo usi, passa di mano e diventa pubblico – spiega Alessandra Casu, prorettrice dell’Università di Sassari e docente di urbanistica –. Questo accade perché la costituzione tedesca conserva ancora alcuni scritti della Repubblica di Weimar ma anche la costituzione italiana prevede obblighi sulla proprietà, anche se sarebbe utile un ventaglio di norme che permettano il riuso e che consentano alle amministrazioni pubbliche di intervenire con tempestività».

Prima, però, c’è la storia dell’immobile e il suo “status”: «Infatti il primo aspetto dietro la storia di tanti ruderi è proprio quello legato alle successioni – continua l’urbanista –. A volte, con un numero di eredi molto elevato, è difficile trovare un accordo e capita che il bene resti abbandonato anche perché non ci sono destinazioni future possibili, perlomeno nel momento e nella mente di chi lo possiede. Poi – continua Alessandra Casu – ci sono i proprietari deceduti senza successione con gli eredi, sempre che ci siano, che non rivendicano. Per questo capita che al catasto risultino proprietari improbabili, magari nati all’inizio del secolo scorso. Capita anche che il bene sia abbandonato perché viene considerato improduttivo e si attende la possibilità di ottenere una rendita, una “soluzione” abbastanza frequente quando ci sono molti eredi». Insomma, dietro gli edifici fantasma che popolano molti centri storici, ma che non mancano anche nelle periferie, soprattutto quelle commerciali, c’è sempre una storia di soldi: «Perché si conta sempre di ottenere una rendita. Magari nel frattempo il bene ha avuto un’ipotesi di valorizzazione maggiore, servizi più prossimi. A quel punto – spiega ancora Alessandra Casu – crescono le aspettative di guadagno che bloccano gli investimenti sul bene in attesa che arrivi un altro investitore, spesso pubblico quando il bene è in centro». Ma ci sono anche ostacoli normativi, leggi che litigano tra loro e difficoltà assortite: «Questo è un argomento doloroso per gli urbanisti – dice ancora Alessandra Casu –. A volte le nostre norme non ci aiutano, nel senso che storicamente i luoghi di vita avevano dimensioni che oggi non sarebbero adatte. Mi riferisco alle altezze interne, anche di porte e finestre. Riabitare gli immobili storici o edifici che si trovano in un’area sottoposta a vincolo è complicato perché a volte le norme di igiene possono parzialmente confliggere con quelle di tutela. Per questo varrebbe la pena di scrivere nuove norme».

Un aspetto legislativo che potrebbe partire anche dal basso: «Sarebbero utili anche piani urbanistici attuativi che agevolino il percorso di riabitazione. Un discorso che vale anche per gli immobili abbandonati in aree non urbane, quando cioè la funzione produttiva non è più ritenuta economica e l’immobile viene abbandonato. A dire il vero, anche in Sardegna abbiamo esempi interessanti di alcune norme comunali che impongono ai proprietari di non nuocere alla pubblica incolumità. Quando il sindaco emette un’ordinanza che contiene un invito ad ottemperare che, in caso non venga accolto, può comportare l’acquisizione del bene da parte della pubblica amministrazione. Questo genere di invito spesso viene accolto, anche perché il timore di perdere il bene invita a farlo. Però è anche vero che questo tipo di “inviti” non sono molto diffusi».

 

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