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Giunta Todde

Armando Bartolazzi: «Oncologia, eccellenze ma anche ritardi nella prevenzione»

Armando Bartolazzi: «Oncologia, eccellenze ma anche ritardi nella prevenzione»

La storia: da figlio di bombolaio a numero 1 della Sanità

09 aprile 2024
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Cagliari L’accoglienza che ha ricevuto, non solo quella scontata del centrodestra, è stata abbastanza fredda, per Armando Bartolazzi, il nuovo assessore alla sanità, ingaggiato a Roma e sbarcato in Sardegna. «Non sono certo critiche nei miei confronti, ma considerazioni», è stato il suo esordio nella conferenza stampa che gli hanno organizzato in un corridoio. Per poi ammettere: «A parti invertite forse anch’io avrei fatto lo stesso, se fosse arrivato uno “straniero” nel Lazio». Ancora, subito dopo, «però spero che quando tutti mi conosceranno meglio, capiranno che potrei essere, grazie al contributo di tutti, quel valore aggiunto di idee, soluzioni e progetti in arrivo dal continente, per far crescere la sanità in Sardegna». In attesa della svolta annunciata, ha detto anche: «Lo ricordo a tutti, il cancro non ha colori politici, non è di destra e neanche di sinistra, ecco perché spero al più presto in una collaborazione importante e solida con tutte le forze politiche. Perché abbiamo un bel po’ di problemi da risolvere, sopratutto nei territori, e dobbiamo risolverli in fretta. Anche se nessuno di noi ha la bacchetta magica e quindi bisognerà lavorare molto e soprattutto di squadra con tutti i protagonisti del sistema sanitario regionale». Il suo primo atto da assessore – ha fatto sapere – sarà quello di «effettuare subito una ricognizione sanitaria e sociale (la sua ultima missione governativa in Sardegna risale al 2018, quand’era sottosegretario alla salute) per capire quali sono le priorità. Ad esempio nel mio campo, l’oncologia, ho intuito che in Sardegna esistono troppi ritardi nella prevenzione, nella diagnosi e nella terapia. Però ci sono anche diverse eccellenze e dovranno diffondersi a macchia d’olio».

La sua storia Per conoscere meglio Armando Bartolazzi, al di là del suo prestigioso curriculum, bisogna rifarsi a un suo post del 2018, pubblicato subito dopo essere entrato a far parte del primo governo Conte in quota Movimento Cinque stelle. Nato nell’estrema periferia romana, l’11 febbraio del 1963, «mio nonno vendeva carbone a chili, mentre poi mio padre, precursore delle energie rinnovabili, si dedicò alla commercializzazione del gas liquido, diventando in pochi anni il bombolaro più famoso del quartiere». Ancora nello stesso post: «È stata proprio la prospettiva di dover seguire le orme familiari, anche se poi mi è bastato un solo giorno di quel lavoro per restarne altri quattro a letto con dolori vari, ad avermi sempre dato una forte carica per lo studio. Carica che ancora persiste». La laurea in medicina alla Sapienza, nel 1987, «sempre accompagnato in silenzio da mia madre, medico mancato per vocazione e casalinga di professione», più due specialistiche e le esperienze nei laboratori di Harvard, Boston e Stoccolma – «dove ho speso la mia gioventù, lavorando giorno e notte» – fino all’assunzione all’Istituto tumori Regina Elena di Roma. Trent’anni di ricerche, pubblicazioni e riconoscimenti internazionali. Poi «nel febbraio del 2018, dopo un fortuito contatto telefonico con Di Maio, m’è stato chiesto di servire il Paese in modo diverso. Ho accettato, e chi mi conosce sa bene che se motivato, parto sempre a testa bassa anche nelle sfide più complesse e in genere, con un po’ di fortuna, porto a casa dei risultati».

Anche stavolta gli è stato chiesto di essere un servitore ma della Regione ed ha accettato, perché – rendendo attuale l’ultima frase con cui chiudeva il post del 2018 – «lavorerò con voi e per tutti voi, mantenendo la memoria delle mie origini». (ua)

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