La Nuova Sardegna

Rapporto Gimbe

Sanità a pezzi e cure troppo care: i sardi scelgono di farne a meno

Sanità a pezzi e cure troppo care: i sardi scelgono di farne a meno

L’isola comanda la classifica nazionale: il 12,3% evita esami e visite mediche

09 aprile 2024
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Sassari Liste d’attesa interminabili, infrastrutture lontane, visite e interventi a pagamento. Risultato: la Sardegna è la regione in cui è più alta la percentuale di rinunce alle prestazioni sanitarie con il 12,3 per cento dei sardi che, pur avendone bisogno, fanno spallucce e tirano avanti facendo a meno di sottoporsi alle visite specialistiche o agli esami diagnostici. A rendere ancora più preoccupante il dato sardo è la media nazionale delle rinunce alle cure, che non supera il 7 per cento. Un tema scottante che fa a cazzotti con l’articolo 32 della Costituzione, che recita “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. Considerato che la “garanzia” sembra ormai decaduta, quello della rinuncia alle cure sarà uno degli argomenti di massima urgenza con cui si dovrà misurare il nuovo assessore alla Sanità, Armando Bartolazzi.

I dati Quelli analizzati dalla Fondazione Gimbe arrivano dal “Rapporto sul benessere equo e sostenibile (BES) 2022, realizzato in collaborazione tra Istat e Cnel: «Considerato il rilevante impatto sui bilanci familiari della spesa sanitaria out-of-pocket – dichiara Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe – e tenuto conto di un contesto caratterizzato dalla grave crisi di sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale (Ssn) e dall’aumento della povertà assoluta, abbiamo analizzato vari indicatori per misurare le dimensioni di questo preoccupante fenomeno, utilizzando esclusivamente i dati pubblicati da Istat. L’obiettivo è fornire una base oggettiva per il dibattito pubblico e le decisioni politiche, oltre che prevenire strumentalizzazioni basate sull’enfasi posta su singoli dati». A proposito di spesa “out of pocket”, inglesismo traducibile con un pi ù comprensibile “di tasca propria”, i sardi che se lo possono permettere spendono in media 1.111,44 euro all’anno, come rilavato dai dati registrati nel 2022. L’anno precedente la spesa “di tasca” dei pazienti sardi era in media di 1.115,64, che si traduce in un calo dello 0,4% registrato tra il 2021 e il 2022 e che, ovviamente, non è detto possa essere imputabile ad un miglioramento del sistema quanto piuttosto alla rinuncia all’accesso alle cure, o agli esami, a pagamento da parte di molte famiglie sarde. In sostanza, il sistema sanitario “pubblico” non può che accusare i colpi inferti dai numeri e dalle rilevazioni, indossando i panni di un’assistenza medica ibrida, aperta a tutti solo sulla carta ma di fatto, ormai, un po’ pubblica e un po’ privata.

Povertà La rinuncia alle cure mediche evidenzia un altro fenomeno preoccupante, legato a doppia mandata: il livello di povertà assoluta della popolazione. Nelle isole, il numero delle famiglie indigenti è cresciuto passando dal 9,2% per cento registrato nel 2021 al 9,8% del 2022. Una situazione ad altissimo rischio di peggioramento perché le stime preliminari dell’Istat per il 2023 documentano un ulteriore incremento della povertà assoluta delle famiglie su scala nazionale. La scarsa disponibilità economica si manifesta nel numero delle visite mediche saltate e degli accertamenti periodici preventivi rimandati a data da destinarsi con un numero di famiglie che dichiarano “Un anno fa li compravo e ho limitato la spesa in quantità e/o qualità” che nelle isole maggiori ha raggiunto il 18,5 per cento. Sempre nelle isole, sono il 5,3 per cento del totale le famiglie che dichiarano di non avere soldi in alcuni periodi dell’anno per spese generate dalle malattie. «Sono fenomeni molto più frequenti nelle regioni del Mezzogiorno – aggiunge Cartabellotta –, quelle dove l’erogazione dei livelli essenziali di assistenza è inadeguata».

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