La Nuova Sardegna

Istruzione

Riforma della scuola, Giusy Manca: «Giudizi sintetici e condotta, non è questa la soluzione»

di Massimo Sechi
Riforma della scuola, Giusy Manca: «Giudizi sintetici e condotta, non è questa la soluzione»

Il ddl prevede sanzioni per comportamenti violenti. La docente di pedagogia: «Giusto intervenire, ma con le punizioni si ottiene poco»

26 aprile 2024
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Sassari «Questo disegno di legge ha un vizio di fondo: tenta di riformare la valutazione prevedendo cambiamenti significativi nel comportamento degli studenti ma di fatto si riferisce solo ad alcuni aspetti, lasciando uguale tutto il resto. Introduce il giudizio sintetico, mentre a mio parere il giudizio dovrebbe essere prima di tutto comprensibile sia agli studenti che alle famiglie e dunque sarebbe più corretto un giudizio esteso, chiaro, dettagliato. Ma anche sui comportamenti dei ragazzi, le misure che verrebbero introdotte affrontano il problema senza risolverlo».

Per Giusy Manca, docente di Pedagogia sociale della marginalità e della devianza minorile all’Università di Sassari, il disegno di legge approvato alcuni giorni fa al Senato e che ora attende il via libera definitivo alla Camera, nasce da esigenze condivisibili (sicurezza nel luogo di lavoro, rispetto del ruolo dei docenti e della scuola come istituzione) ma per ottenere i risultati è necessario prevedere percorsi educativi di lungo periodo non solo sanzioni pecuniarie o interventi episodici per chi attiva comportamenti inadeguati.

«Se vogliamo trovare qualcosa di buono – afferma la professoressa Manca – si affronta finalmente quella che in effetti stava diventando un’emergenza anche sociale e trovo corretto che ci sia uno sforzo per provare a riportare la scuola a livelli di civiltà accettabili. Solo che invece di domandarci il perché di comportamenti violenti e del mancato rispetto dei ruoli, con questo disegno di legge ci si limita a sanzionare i ragazzi».

​​​​​​Si spieghi meglio.
«È vero che con la sospensione facevi quasi un favore a uno studente che odia la scuola non facendolo partecipare alle lezioni. Ma ora si parla solo genericamente di coinvolgere il ragazzo in attività scolastiche, assegnate dal consiglio di classe, di riflessione e approfondimento sui temi che hanno causato il provvedimento disciplinare e tutto questo si conclude con un elaborato critico su quanto si è appreso. È evidente che uno studente che attua questi comportamenti a causa sicuramente di un disagio vivrà tutto questo solo come una sanzione. Non gli vengono dati gli strumenti critici per capire. Si interviene quando avvengono i fatti».

Lei che cosa propone?
«Noi che ci occupiamo di questi temi da anni sosteniamo la necessità di lavorare su percorsi di abilità sociale che coinvolgano tutti gli studenti. Sarebbe opportuno seguire le indicazioni psico-pedagogiche quando si parla di riforme scolastiche. Bisognerebbe che si facessero percorsi sul rispetto gli uni degli altri, su come stare in gruppo, su come comprendere e gestire le proprie emozioni. Tutto questo non può essere un elaborato critico a cura del ragazzo. Manca la prevenzione, manca il coinvolgimento delle famiglie e rimangono, anche se sotto forma diversa e più dura, le punizioni e le sanzioni».

Ci sono anche quelle pecuniarie.
«Esatto, e questo può essere davvero un rischio: chi arriva da una famiglia benestante la sanzione quasi neanche la sente, e il ragazzo può essere portato a pensare che possa permettersi anche comportamenti sbagliati. Sarebbe più corretto e utile a quel punto se il ragazzo venisse chiamato a rifondere un eventuale danno con il suo lavoro, anche nella stessa scuola, o con un dimostrato impegno sociale: così ci sarebbe un’assunzione di responsabilità e l’opportunità di pensarsi in un ruolo positivo».

C’è poi il capitolo del voto in condotta.
«In quel caso è profondamente sbagliato mettere insieme l’apprendimento con il comportamento, sono due cose diverse. Il comportamento è apprendimento relazionale che si impara non perché c’è l’ora di cittadinanza a scuola, ma nella vita di tutti i giorni e nelle relazioni dalla nascita in poi. E infine la questione del voto in condotta che fa media con i voti di profitto e che può portare a non ottenere il massimo dei voti all’esame finale. Anche in questo caso si addizionano comportamenti ed esiti di profitto in modo improprio».

Quale è la sua opinione sul giudizio sintetico?
«Il voto deve essere spiegato perché se è eccessivamente sintetico non si capisce. Il giudizio dovrebbe dire cosa un ragazzo sa fare, cosa non sa fare e cosa dovrebbe imparare per migliorare i suoi standard, per questo motivo io sono per il giudizio esteso. C’è una cosa che nella scuola è legge: si chiama “patto di corresponsabilità” che docenti, genitori e alunni sottoscrivono e che prevede una collaborazione reciproca. Se c’è un problema di comunicazione questo patto salta».

In Sardegna la dispersione scolastica ha raggiunto livelli altissimi, questo disegno di legge può migliorare, peggiorare o lasciare inalterato questo trend negativo?
«La dispersione scolastica dipende da mille variabili e se modifichiamo solo la valutazione, ammesso che si riesca a cambiarla, non risolviamo niente. Anche la dispersione scolastica va affrontata in modo olistico, valutando tutti gli aspetti della vita dei ragazzi per capirne i problemi».

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