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Numero chiuso in Medicina, gli addetti ai lavori: «Sì ad aperture ma graduali, altrimenti si rischia il caos»

di Andrea Sini
Numero chiuso in Medicina, gli addetti ai lavori: «Sì ad aperture ma graduali, altrimenti si rischia il caos»

Nicola Addis e Giovanni Sotgiu: «Strutture e personale vanno del tutto ritarati»

28 aprile 2024
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Sassari «Le aperture sono necessarie ma devono essere graduali, altrimenti l’incremento incontrollato del numero di iscritti rischia di essere controproducente». Gli addetti ai lavori sono concordi nell’individuare gli elementi positivi e le insidie che si nascondono dietro la riforma dell’accesso alle facoltà di Medicina. Con tre criticità ben chiare: gli spazi didattici, gli spazi ospedalieri e le risorse umane necessarie.

Le criticità Ne è convinto Giovanni Sotgiu, preside della facoltà di Medicina dell’Università di Sassari. «La scelta di aprire indiscriminatamente i corsi, anche solo per un semestre, andrà a impattare in maniera significativa sul numero degli iscritti – dice – e allora bisogna porsi subito il problema: le nostre facoltà hanno la capacità di accoglienza necessaria, hanno le aule per la didattica frontale e strutture ospedaliere adeguate per svolgere le attività di esercitazione? Gli spazi sono in generale limitati, non solo da noi. Qui a Sassari già in questo anno accademico, con 60 matricole in più rispetto agli anni passati, abbiamo avuto qualche difficoltà. Poi bisognerà pensare a incrementare il numero delle figure che possano seguire gli studenti come tutor nel loro percorso. Noi sinora ci siamo basati su disponibilità gratuita del personale del Servizio sanitario nazionale, ma riuscire ad aumentarne il numero non è scontato. In tutto questo, va contestualizzata la presenza dei pazienti, che non possono di certo trovarsi di fronte a un affollamento eccessivo».

«Si fa presto a dire “apriamo tutto” – conferma Nicola Addis, presidente dell’Ordine dei medici della provincia di Sassari – ma metterla in questo modo mi sembra demagogico. Le facoltà di medicina in questi anni sono state calibrate per un certo numero di studenti, sia per quanto riguarda le strutture che per il numero di docenti. Una immissione non programmata e sproporzionata di studenti troverà le facoltà non preparate ad accoglierli: occorrono aule, laboratori, docenti, che già sono merce rara. A Sassari, per esempio, alcune scuole di specializzazione sono state chiuse proprio per carenza di docenti. Il compito delle università è garantire la preparazione degli studenti e per questo bisogna essere nelle condizioni di accoglierli e lavorare con loro nel migliore dei modi. Ripeto, dal mio punto di vista servono riflessioni approfondite».

Rischio imbuto «Sino a pochi anni fa avevamo un imbuto formativo – spiega Addis –, perché si parlava di 25 o addirittura 50 mila medici non assorbibili dal Servizio sanitario nazionale in quanto non specializzati . Sono state combattute battaglie, è stato giustamente aumentato il numero di borse nelle scuole di specializzazione, gli studenti si sono potuti specializzare e sono stati assorbiti dal Ssn. Oggi le proiezioni fatte da organismi indipendenti sulla base degli iscritti di questi anni, indicano che nel 2030-2032, tenendo conto anche dei pensionamenti, seguendo questo trend ci sarà nuovamente un imbuto lavorativo, con tanti medici che non avranno possibilità di lavorare. Noi siamo favorevoli a una apertura programmata in base ai bisogni: farlo in maniera indiscriminata non serve a nessuno, neanche a questi ragazzi».

Giovanni Sotgiu evidenzia un altro aspetto organizzativo e pone un ulteriore interrogativo: «L’incremento del numero di figure mediche che si verrà a creare sarà necessario? Noi calcoliamo che il numero di medici necessari su base regionale in rapporto alla popolazione residente andrà a ridursi significativamente. L’altro punto ancora poco chiaro, in attesa che il testo completi l’iter parlamentare e vengano poi approvate anche le norme attuative, è il modo in cui verrà strutturata la graduatoria nazionale per gli studenti che avranno sostenuto gli esami in questo primo semestre di aperture totali».

Idee e proposte. Secondo Antonio Sotgiu «è sempre più importante migliorare l’interazione tra ministero dell’Università e ministero della Salute, con la creazione di un impianto a livello nazionale da declinare poi in un confronto tra le università regionali e gli assessorati sulla base delle diverse esigenze. Il problema – sottolinea il preside di Medicina – non è creare un medico, ma crearlo nell’ottica delle necessità del Ssn. Bisogna ragionare insieme alla politica sulle necessità a medio e lungo termine e sulle figure specialistiche da formare in ambito didattico. È indispensabile ripensare a nuovo modello di formazione per la medicina generale, serve una riforma strutturale per attirare i nuovi medici nella medicina generale e nella pediatria di famiglia. Servono incentivi, non solo a livello finanziario ma anche nell’ottica di una prospettiva di lavoro più strutturata e non penalizzata come avviene oggi».

«La medicina di emergenza-urgenza – aggiunge Nicola Addis – non da possibiltà di lavorare all’esterno: sono d’accordo sul fatto servirebbero incentivi e interventi strutturali. La certezza di essere sottoposto a turni massacranti, di rischiare in proprio dal punto di vista legale, e l’ulteriore rischio di aggressioni fisiche scoraggiano la scelta di certe specializzazioni. Su questo bisogna intervenire subito, considerando che i medici poi bisogna anche trattenerli. Ogni studente formato ha un costo, è un investimento per l’ateneo, ma senza adeguati incentivi i medici sceglieranno comunque di andare a lavorare altrove».

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