La Nuova Sardegna

L'intervista

Luigi Guiso: «La Sardegna invecchia e sconvolge sanità, pensioni e scuole»

di Giuseppe Centore
Luigi Guiso: «La Sardegna invecchia e sconvolge sanità, pensioni e scuole»

L’economista traccia un quadro dell'isola post Covid: «Scuola, pensioni, salute: o aumentano le tasse o si riducono le prestazioni»

05 maggio 2024
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Cagliari Se si volesse stilare una impropria graduatoria delle emergenze sarde, la più sentita dalle famiglie che si riverbera sui conti pubblici, è la sanità. Partiamo dai numeri. Più del 42 per cento del bilancio della Regione se ne va in Sanità. Un impegno che cresce in valori assoluti sia al centro che in periferia, anche se paradossalmente calano le prestazioni. Sembra sia l'intero sistema sanitario, più in periferia che al centro, ad essere andato in tilt: presidi basilari che non si trovano, farmaci comuni abbondanti in certe Asl e introvabili in altre, dispositivi semplici da pochi euro improvvisamente irrintracciabili, con poco pubblicizzate carovane della solidarietà tra Asl sarde. Se a questo aggiungiamo la carenza di personale e la sua poca diffusione in modo efficace sul territorio, il quadro che emerge è sempre più una sanità che arranca, nei grandi poli urbani, e un sistema decotto in periferia.

Con Luigi Guiso, Axa professor of household finance all’Einaudi institute, già professore nelle università di Sassari, di Roma “Tor Vergata”, nell’Istituto universitario europeo, nell’università di Chicago e al Servizio studi della Banca d’Italia, parliamo di sanità, di strumenti, personale e responsabilità, e soprattutto di quali risposte, possibili, oggi la politica deve dare in vista dei problemi, certi, domani.

Professore, il nostro sistema sanitario regionale, è andato in tilt con la pandemia. E questo forse ci sta, perché nessuno poteva prevedere quello che è successo in queste forme. Ma dopo il covid la situazione se possibile è peggiorata. Come ne usciamo? È solo un problema di soldi? Dobbiamo dedicare al settore più risorse, anche facendo dolorose scelte in altri campi?
«Un momento. Cerchiamo di non essere travolti dalle disfunzioni che ognuno sperimenta e manteniamo una prospettiva più ampia. Noi leggiamo di tante esperienze negative, ma ignoriamo, perché non se ne parla, i casi positivi. Li diamo per scontati, perché le consideriamo, a ragione, la norma. Ma non possiamo dimenticarli per avere una visione non distorta del sistema. Il nostro sistema sanitario non è da buttare, tutt’altro. Di recente ho visto i risultati di una indagine campionaria su un campione di sardi ed è emerso che due sono i fattori in cima alle loro preoccupazioni: occupazione e sanità. Questo dato suggerisce che ci sono anche ragioni oggettive alla base delle disfunzioni del servizio sanitario: primo tra tutti l’invecchiamento della popolazione. Più la popolazione è vecchia, più è esposta a problemi di salute e naturalmente è più interessata a una sanità che funziona. I giovani sono normalmente sani, per loro la sanità è mediamente lontana. Ma i sardi stanno diventando sempre meno e sempre più vecchi».

E non sono previste inversioni di tendenza nel breve medio termine.
«La transizione demografica sta mettendo in crisi tutto il Welfare. In ordine di tempo prima la scuola, poi le pensioni, da ultimo il sistema sanitario, cambiando anche la composizione della domanda di assistenza, visto che in un futuro non lontano serviranno più geriatri e meno pediatri, e modificando l’impatto sulle casse pubbliche. Oggi la spesa sanitaria regionale incide per oltre il 40 per cento del bilancio. Il nostro sistema prevede, a grandi linee, che la popolazione sana “paghi” le prestazioni per chi ne ha bisogno. Aumentando il numero di utenti potenziali, a causa dell’invecchiamento, o si aumentano i prelievi fiscali, o si riducono le prestazioni».

Come si legge la spesa sanitaria? E come è cambiata in questi anni?
«Facciamo chiarezza. La spesa sanitaria, che per il 2024 è pianificata a 134 miliardi, dal 2001 registra valori nominali in crescita, ma questi crescono solo per compensare l’inflazione. Ma il dato più significativo è vedere quanto si spende per abitante. La spesa pro-capite dal 2011 al 2024 in termini reali è cresciuta di soli 70 euro in ben tredici anni. Nel frattempo la popolazione a rischio di salute, gli over 50, è cresciuta del 18 per cento in dieci anni. Questo implica che la spesa sanitaria per curare chi ne ha bisogno si è progressivamente ridotta».

Il mancato incremento reale della spesa si accompagna a indicatori di efficienza non certo migliorati...
«Anche per una carenza di medici ampiamente attesa. L’età di pensionamento dei medici è nota con decenni di anticipo, pertanto il fabbisogno dei medici a una certa data si conosceva. Si sapeva quando i medici in carico al servizio sanitario sarebbero andati in pensione, si doveva programmare, adattando le ammissioni ai corsi di medicina. C’è anche un fattore legato al Covid, che ha provocato uscite in massa. La stanchezza del corpo medico e sanitario non è stata governata, così come non viene governato lo shock demografico».

Ma c’è anche un problema di governance del sistema?
«L’organizzazione del nostro sistema sanitario fa perno sulle Regioni, con un forte decentramento di competenze. L’offerta del servizio deve essere decentrata. L’eterogeneità dei diversi servizi regionali, che riflettono pregi e difetti delle realtà locali ha anche aspetti positivi perché accresce le alternative disponibili per le persone. Ma ci devono essere parti in comune, come le informazioni sanitarie. Al tempo del Covid è mancata una rete nazionale di informazioni. Il Pnrr prevede tra gli investimenti indispensabili l’implementazione del fascicolo sanitario nazionale. Serve più coordinamento, e non 20 sistemi informatici. Mi aspetto che lo Stato monitori e coordini il sistema nel suo complesso, sapendo che le governance locali del sistema sanitario presentano differenze che non spariranno. Lo shock postpandemico e la gestione della transizione demografica travalicano le competenze delle Regioni. La allocazione futura delle risorse per garantire l’efficienza del sistema sanitario da tutti auspicata e peraltro necessaria va disegnata a livello nazionale».

Quest’approccio può guarire il malato e fornire un servizio adeguato e migliore?
«Ripeto, c’è bisogno di un grosso sforzo organizzativo, che è l’esatto opposto della politica spicciola del giorno per giorno che abbiamo visto in questi anni. Questi shock, demografici, professionali e finanziari se presi per tempo possono essere gestiti e in parte attutiti. Se lasciati andare creeranno un costo gigantesco per le casse dello Stato senza alcun beneficio per gli utenti».

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