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La proposta

I medici stranieri: «Pronti a lavorare anche in Sardegna, basta pregiudizi»

I medici stranieri: «Pronti a lavorare anche in Sardegna, basta pregiudizi»

Il presidente di Amsi, Foad Aodi: «Speriamo che la presidente Alessandra Todde consideri le nostre competenze»

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Sassari Negli ultimi giorni il nuovo Governo della Regione Sardegna, territorio sempre più afflitto da una carenza di professionisti sanitari che sta minando nel profondo la qualità delle cure, apre alla possibilità di assumere medici di origine straniera, valutando l’ipotesi, così come sta facendo l’assessore al Welfare, Guido Bertolaso, in Lombardia, di ingaggiarli dall’estero. «Noi siamo sempre disposti ad aiutare le Regioni in difficoltà, in particolare con il nuovo governo della Sardegna, con cui abbiamo già ottimi rapporti, offriamo sin da ora la nostra massima collaborazione – dice Foad Aodi presidente dell’Amsi (Associazione Medici Stranieri in Italia) – Anche se dobbiamo evidenziare che con i Governi della Sardegna, quelli naturalmente precedenti, abbiamo collezionato una serie di risultati negativi che speriamo non si ripetano, alla luce del nostro impegno che va avanti da oltre 10 anni». E prosegue: «Più volte, con i Governi precedenti, avevamo dato la disponibilità alla Sardegna di numerosi professionisti pronti a lavorare sull’isola, tra cui ben 100 medici provenienti dalla Giordania, forti di un alto livello di specializzazioni. Non abbiamo mai ricevuto risposta».

Per quanto riguarda le specializzazioni, Amsi fa sapere che in Sardegna ne mancano parecchie perché in Italia negli ultimi 15 anni non è stata fatta una programmazione. Tra chi non le sceglie, chi non le vuole fare, chi va nel privato e la fuga di massa all’estero, la situazione è grave. «Abbiamo denunciato tutto questo con statistiche, dati reali. In più l’aumento delle aggressioni ai medici, i salari bassi e i turni massacranti, stanno aggravando questa carenza dei professionisti. Bisogna affrontare la realtà e risolvere concretamente i problemi ma purtroppo ci agitiamo molto e si agisce poco. Solo dichiarazioni, slogan, propositi, ma di concreto poco», continua Aodi.

I numeri Negli ultimi 5 anni sono stati, infatti, richiesti all’Amsi 8.000 professionisti della sanità: in particolare, 4500 medici, 3000 infermieri e 500 fisioterapisti e professionisti della sanità. Per quanto riguarda i medici, la Regione che ha avanzato le richieste maggiori è stata la Lombardia (800), seguita da Veneto (750), Piemonte (750), Lazio (650), Toscana (600), Sicilia (600) Puglia (550), Campania (550), Emilia Romagna (500), Sardegna (450), Calabria (400), Liguria (350),Molise (350), Umbria (350), Marche (300), Abruzzo (250),Trentino Alto Adige (250), Basilicata (200), Valle d’Aosta (150), Friuli Venezia Giulia (200).

Le specializzazioni Quelle maggiormente richieste sono inerenti al campo dell’Anestesia, Ortopedia, Medicina d’urgenza, Radiologia, Chirurgia, Neonatologia, Ginecologia, Pediatria, Cardiologia, Neurochirurgia, Geriatria, Medicina sportiva, Medici nelle località turistiche ed anche Medici di famiglia. Inoltre, è aumentato del 30% l'arrivo dei professionisti della salute di origine straniera per lavorare in Italia, sia tramite la modalità di riconoscimento dei titoli ordinaria o straordinaria (Decreto Cura Italia articolo 13 e Decreto medici ucraini). Per la maggior parte questi professionisti provengono dall’America Latina, dal Centro America e dall’Asia.

I pregiudizi «Sono però aumentate del 30% anche le discriminazioni ed i pregiudizi nei confronti dei professionisti della sanità di origine straniera, facendo confusione tra chi è laureato in Italia ed esercita da tanti anni e chi arriva in Italia completamente a digiuno della nostra lingua e con un titolo di studio da valutare, anche se adesso, ricordiamolo, con l’Assunzione in Deroga, è sufficiente essere iscritti agli albi professionali del proprio paese di origine per lavorare in Italia. Non è vero, secondo noi, che per un professionista sudamericano che arriva da noi, occorrono 9 mesi di studio prima di lavorare in un nostro ospedale. Ne possono bastare tre, ma certo nemmeno quattro settimane. Il problema di fondo è l’essere arrivati a questo punto della crisi: le Regioni si sono messe nella condizione di non avere scelta, e allora i professionisti stranieri diventano una scelta tappabuchi, quando in realtà, se fosse stato fatto tutto per tempo, si poteva selezionarli, retribuirli adeguatamente come meritano, e non trasformarli nell’ultima ruota del carro, nell’ultima scelta a cui ricorrere, quando invece, in particolar modo per chi lavora da tempo già in Italia, sono una risorsa enorme, forti di competenze e di qualità umane. Ed è così che sono aumentate le discriminazioni e i dissidi, con le continue polemiche e gli attacchi da parte di Ordini professionali e sindacati delle professioni sanitarie. Si doveva agire in modo differente, anche perché medici e infermieri di origine straniera non sono e non saranno mai professionisti di serie B».

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